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Perché se l’Italia si semplifica i mercati potrebbero sorridere

Il prossimo autunno, i cittadini italiani saranno chiamati a votare, tramite un referendum, a favore o contro la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. Anche noi Millennials, quindi, saremo interpellati e dovremo esprimere un giudizio senza però farci condizionare da notizie confuse né da un’esitazione dovuta alla scarsa conoscenza dell’argomento.

 Concretamente quindi, cosa prevede la tanto discussa riforma costituzionale? A contenere i diversi punti della riforma è il d.d.l. Boschi, un testo preparato dal ministero per le Riforme Costituzionali e guidato dal ministro Maria Elena Boschi. Tre sono i cambiamenti su cui vogliamo soffermarci. 

In primo luogo, la riforma del Senato sancisce lo stop al bicameralismo perfetto, attraverso una forte riduzione dei suoi poteri e un cambiamento del numero di senatori e metodo di elezione. Il Senato avrà, infatti, competenza legislativa piena solo su riforme e leggi costituzionali e sarà composto da 100 senatori, di cui 95 membri eletti dai Consigli regionali e i restanti 5 dal Capo dello Stato. 

In secondo luogo, la riforma prevede la modifica del famoso Titolo V della Costituzione, che regola i poteri delle autonomie locali. L’obiettivo è fare chiarezza sulle competenze attribuite a Stato e regioni, per evitare qualsiasi conflitto tra i due enti. Molte delle competenze che nel 2001 erano state trasferite alle regioni (con la riforma dell’allora centrosinistra al potere) torneranno in maniera esclusiva allo Stato, altre scompariranno. Il principale compito che rimane alle regioni è la sanità.

La riforma prevede anche cambiamenti di rilevanza minore, tra i quali però è importante citare l’elezione del presidente della Repubblica, che avverrà sempre attraverso la riunione delle due camere, ma senza la partecipazione dei 58 delegati regionali come invece accade oggi; l’abrogazione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), un organo consultivo che dal 1957 ha diritto all’iniziativa legislativa, considerato superfluo; l’introduzione di referendum positivi, per approvare nuove leggi e non solo per abolire o confermare leggi già esistenti.

Una delle più frequenti critiche che si sentono, provenienti dall’ibrida opposizione, che va dalla sinistra radicale alla Lega Nord, è quella che l’Italia rischia di trasformarsi in un paese autoritario, in seguito al trasferimento della maggior parte dei poteri governativi alla Camera. Inoltre, l’Italicum, legge elettorale approvata e applicabile a partire dal 1° luglio 2016, intensifica questi poteri, accordando un ampio premio di maggioranza al partito che ottiene più voti. Meno spazio sarebbe quindi accordato al dibattito democratico. 

Il presidente del Consiglio, durante la discussione generale sulle riforme costituzionali, tenutasi lo scorso 11 aprile, ha difeso la sua riforma sottolineando che “ci accingiamo ad andare verso un modello di democrazia decidente”. Più che di lesione della democrazia, infatti, i sostenitori della riforma puntano sul concetto di efficienza: l’Italia è in effetti l’unico paese in cui la maggior parte delle leggi, prima di essere approvate, fanno fino a quattro o cinque andirivieni dalla Camera al Senato, alla ricerca della formula giuridicamente ottimale. 

Secondo l’ultimo update sul debito sovrano italiano dell’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s (S&P), dello scorso 13 maggio, in Italia gli investimenti sono tornati a crescere nel 2015 per la prima volta dopo lunghi sette anni di successive contrazioni, e ciò grazie – sempre secondo S&P – al business environment creato dal processo di riforme portato avanti dal Governo, che sta progressivamente eliminando ostacoli alla libera concorrenza. Anche gli investitori internazionali stanno dunque seguendo con attenzione quella che si annuncia come la campagna referendaria più calda degli ultimi vent’anni.

Il dibattito non deve essere tra renziani e anti-renziani perché rischierebbe di trasformare una riflessione politica in una consultazione sul consenso ad un leader; si deve invece concentrare sulle proposte della riforma, suscettibili di influenzare il posizionamento strategico dell’Italia e non solo la vita quotidiana dei cittadini italiani. Un posizionamento cruciale anche sui mercati internazionali. Anche perché la politica monetaria espansiva della Banca centrale europea (Bce) non è per sempre. 

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