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Il tanto discusso Quantitative easing (Qe) giunge al termine. Il presidente della Bce Mario Draghi spiega, alla conferenza stampa che ha seguito la riunione del Consiglio direttivo della Bce, tenutasi il 14 giugno 2018 a Riga, che l’acquisto dei bond proseguirà al ritmo di 30 miliardi di euro al mese fino a settembre, da ottobre sarà dimezzato a 15 miliardi fino al 31 dicembre, data che determinerà la fine del Qe. Coglie l’occasione per enunciarne i risultati: «Negli ultimi 3 anni, gli effetti delle policy della Bce, ma soprattutto del Qe, naturalmente, sono stati dell'1,9% in più di crescita del PIL e dell'1,9% di inflazione aggiuntiva».


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Draghi rassicura la sua audience e i mercati dicendo che i tassi verranno mantenuti ai livelli attuali di 0%, 0,25% e -0,40% sicuramente fino all’estate 2019. Il presidente della Bce promuove il reinvestimento dei titoli per evitare una stretta non voluta dei tassi. Ad ogni modo, ci tiene a sottolineare che «l’Asset purchase programme resta nella nostra tool box», come a dire che qualora dovesse servire, il ritorno del Qe può sempre avvenire, essendo in realtà diventato un «normale strumento di politica monetaria».

L'argomento vincente per evitare la volatilità dei mercati è stata l’affermazione sulle tempistiche della decisione di mettere fine al Qe. Si è deciso ora perché «i tempi sono maturi». La crescita dell’Eurozona è solida, l’inflazione è salita e sta raggiungendo il target Bce del 2% in maniera sostenibile. Quanto ai rischi di natura geopolitica, che vedono crescere la volontà di protezionismo e la paura di una guerra commerciale, sono controbilanciati da politiche fiscali espansive negli Usa e in parte anche in Europa.

Poi un omaggio all’Europa e all’euro. Nessuno frena le discussioni, che, se rivolte a un cambiamento positivo, sono sempre ben accette, ma «è importante che queste discussioni siano condotte con un linguaggio che non distrugga i progressi compiuti dopo tanti sacrifici. Perché siamo solo all'inizio di questo progresso. Alcuni Paesi stanno andando bene da molti anni, ma altri hanno appena iniziato a fare bene». «L'euro è la valuta di 340 milioni di persone, gode del sostegno del 74% dei cittadini della zona euro e oggi sempre più Paesi vogliono aderire alla nostra moneta unica. Quindi è irreversibile perché è forte, perché la gente la vuole e perché non è di alcun beneficio per nessuno che se ne discuta l'esistenza».

Come si devono comportare i Paesi dell’Eurozona e in particolare l’Italia? Secondo l’ex ministro dello Sviluppo economico Calenda, intervistato da Sky TG24, i sistemi bancario e industriale italiani non subiranno colpi e saranno pronti ad affrontare la fase post-Qe se si farà una politica di bilancio che ha l’obiettivo di tenere in sicurezza il Paese, quindi riducendo il deficit costantemente e stabilizzando prima e riducendo poi, il debito. È la fine di un’era in cui il Qe è servito da “paracadute” a un’Italia che aveva e ha tuttora una fragilità, che è l’ammontare del suo debito pubblico. E partendo dal presupposto che questo debito è in larga parte in mano ai privati e alle istituzioni finanziarie italiane, una mancata prudenza avrebbe ripercussioni su posti di lavoro e risparmi degli italiani. Soprattutto se si considera che attraversiamo un periodo complesso e di tensioni geopolitiche da non sottovalutare.

Le decisioni di Draghi, partendo dalla fine del Qe a quelle del vicino futuro, influenzeranno molti aspetti dell’economia dei prossimi 20 anni ed è per questo che noi Millennials, che ci affacciamo al mondo del lavoro, dovremo seguirle con molta attenzione. La fine del Qe, infatti, porterà, nel medio periodo, a un rialzo dei tassi di interesse, che fondamentalmente modificherà due tendenze fino ad ora osservate:

  1. qualsiasi attività imprenditoriale che necessiti di un’assistenza finanziaria costerà un po’ in più rispetto ad oggi, crescendo il costo del danaro;
  2. qualsiasi attività di intermediazione finanziaria, che in questi 10 anni è risultata poco o non profittevole, tornerà ad essere gradualmente redditizia. E quindi attività che avevano perso di fascino perché poco remunerative tornano ad essere all’attenzione dei giovani.

La fine del Qe non avrà probabilmente un effetto diretto sugli spread perché la moneta unica “è irreversibile”. Questo se però i Paesi non mettono in discussione il disegno politico dell’Unione europea e, anzi, sapranno riformarla. È la sfida a cui noi giovani dobbiamo partecipare, in prima persona.

@manu_scogna10 

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