Sì, la presidenza Trump preannuncia il disastro climatico

Qualche mese fa, all’alba dell’elezione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, Fabrizio Goria e Emanuele Confortin scrivevano sulle pagine della nostra rivista annunciando quanto oggi vediamo prospettarsi sempre più vicino all’orizzonte: Donald Trump ha annunciato che gli USA faranno un passo indietro su quanto stabilito negli accordi di Parigi del 2015, il trattato di riferimento delle Nazioni Unite su cui da anni le potenze globali lavorano per combattere il cambiamento climatico, per alimentare la fiamma della cooperazione internazionale ed aiutare l’economia mondiale.

Trump sostiene che cercherà di rinegoziare quanto ratificato a Parigi, o addirittura, di creare un nuova intesa: questa sorta di compromesso arriva alle nostre orecchie quasi a voler attutire una forte caduta di fronte alle telecamere, per farla sembrare “un po’ meglio di com’è”. Ma ciò che i nostri leader hanno recepito dal gesto è altro, e va ben oltre: Trump sta commettendo un errore che avrà gravi ripercussioni per il proprio paese e per il mondo.

Tra le tante sfide che affrontiamo oggi, il cambiamento climatico è unico nella sua scala globale. La considerazione che spesso sentiamo di come il cambiamento climatico sia soltanto un problema "ambientale" va completamente ridimensionata e messa da parte: questo fenomeno colpisce ogni elemento della nostra vita su questo pianeta - dagli ecosistemi, alla produzione alimentare, alle città, alle catene di forniture industriali e quindi, non ultimo, agli interi sistemi economici.

Ed è proprio su questo ultimo punto che vorrei soffermarmi nelle prossime righe.

Le emissioni di anidride carbonica sono cresciute costantemente a circa il 2,6% l'anno a partire dal 1900. Sappiamo che il carbonio rimane bloccato nell’atmosfera per più o meno un secolo: per questo motivo, la concentrazione di CO2 sopra le nostre teste è aumentata costantemente negli ultimi 50 anni.

Alcuni economisti hanno tentato di collocare l'analisi del riscaldamento globale nel contesto dell'analisi costi-benefici: su un lato della bilancia vanno pesate le conseguenze dell’aumento delle emissioni di carbonio, dall’altro i costi delle attuali azioni politiche volte a stabilizzare o addirittura ridurre le emissioni di CO2. Una forte azione politica per prevenire i cambiamenti climatici porterà vantaggi uguali al valore dei danni da evitare. Seguendo questa logica i danni (annuali) stimati per gli USA sono tra 60 miliardi e 140 miliardi di dollari, circa l'1%/3% del PIL. Se poi guardiamo a lungo termine, le stime dei costi aumentano a circa il 10% del PIL mondiale. A questo proposito, lo US National Climate Assessment (2014) ha sottolineato il fatto che l'economia degli Stati Uniti stia già affrontando notevoli costi legati all’impatto del cambiamento climatico, come ad esempio gli uragani Katrina e Sandy, l'aumento della frequenza di tornanti devastanti nel Midwest e il peggioramento delle condizioni di siccità nelle stagioni calde.

Ancora, l’Intergovernmental Panel on Climate Change’s Fifth Assessment Report (AR5),  l'analisi forse più comprensiva e rilevante sul cambiamento climatico, conclude che centinaia di milioni di persone saranno colpite e le sue conseguenze si sentiranno direttamente e indirettamente attraverso la scarsa disponibilità di risorse e i movimenti migratori. Per questo motivo, le politiche estere e di sicurezza dell'UE, nonché le loro pubblicazioni e strategie ufficiali, negli ultimi anni si sono focalizzate con sempre maggiore attenzione ai fattori legati al clima.

L'idea che la migrazioni connesse al disastro climatico possano generare ripercussioni sulla sicurezza europea è legata alla possibilità di grandi afflussi di persone provenienti dalle aree colpite negativamente. Il numero di migranti previsti varia da 25 a 1 miliardo nei prossimi 40 anni (IOM 2009). La vulnerabilità al cambiamento climatico nei paesi poveri, pur aumentando certamente l'incentivo alla migrazione, non implica necessariamente che la migrazione avverrà. Il cambiamento climatico, riducendo le risorse fruibili, può limitare la capacità di emigrare rendendo gli individui meno mobili e incentivati a migrare.

A questo proposito, in un paper del 2005, gli economisti Cattaneo e Peri, hanno esaminato la connessione tra l’aumento delle temperature e i flussi migratori, analizzando nello specifico il suo effetto sulla probabilità di lasciare il proprio paese di origine o di migrare dalle aree rurali a quelle urbane. Un risultato cruciale della ricerca è stato che impoverendo le popolazioni rurali e peggiorando le loro prospettive di reddito, il riscaldamento globale sul lungo periodo colpisce in modi diversi, a seconda del loro reddito iniziale: nei paesi del terzo mondo, infatti, il riscaldamento implica meno emigrazione. Le popolazioni rurali potrebbero rimanere bloccate in una profonda povertà dovuta alla scarsità di risorse. Al contrario, nei paesi in cui il reddito non è così basso, la produttività agricola inferiore aumenta gli incentivi alla migrazione. Attraverso queste diverse risposte, le variazioni di temperatura possono contribuire ad una divergenza di reddito e di opportunità tra i Paesi poveri e quelli a medio reddito.

Chiaramente, nessuna di queste stime è precisa al 100% ma anzi, sono aperte a numerose critiche. Sappiamo quanto sia difficile valutare in modo effettivo e plausibile l'impatto dei cambiamenti osservati. Ciò è dovuto sostanzialmente al fatto che stiamo prendendo in considerazione una serie di eventi confinati agli ultimi 50 anni (un arco temporale relativamente ridotto per una fruttuosa ricerca di lungo periodo) e affrontando aspetti dell'economia e della vita umana che cambieranno in maniera sconosciuta in futuro. Eppure,non possiamo rimanere con le mani in mano.

Come suggerito da William Nordhaus, Sterling Professor of Economics presso l’Università di Yale, riconosciuto come massima autorità in ambito di economics of climatechange, la risposta potrebbe essere quella di utilizzare i mercati per fornire incentivi al fine di ridurre le emissioni di carbonio.

Come? Il modo più semplice per farlo è con una tassa su ogni bene e servizio proporzionale al suo contenuto di CO2: tutti pagano per la loro quota di danni ambientali ma allo stesso tempo si sentono fortemente incentivati ad innovare e operare in modo più pulito ed efficiente. Dopodiché, grazie agli strumenti econometrico-statistici a nostra disposizione si potrebbe pensare di stimarne realmente gli effetti.

Numerosi sono stati i tentativi di arginare il problema attraverso tradable permits (anche conosciuti come cap-and-trade), sovvenzioni a fonti energetiche rinnovabili o l’imposizione di standard di efficienza comuni. Tuttavia, l’esempio riportato dall’economista come più semplice e facilmente attuabile perché più conforme alle strutture legali ed amministrative vigenti è quello di imporre una tassa sul carbone in maniera omogena per tutte le industrie (circa 45$ per tonnellata di CO2 emessa). Naturalmente, dal punto di vista del consenso politico, la fattibilità della proposta assume tutta un’altra luce e complica notevolmente quanto suggerito: ma pensandoci bene, non si sente tanto l’esigenza di risanare il debito pubblico?

Ora sappiamo anche che il mondo non può contare sugli Stati Uniti per affrontare la minaccia esistenziale posta dal cambiamento climatico. L'Europa e la Cina hanno fatto la scelta giusta perseguendo il loro impegno verso un futuro “più verde”, sia per il pianeta che per l'economia, e cercando di arginare le politiche “America first” portate avanti dal POTUS.

Un primo appello va quindi ai cittadini americani: crediamo ancora fermamente che la maggior parte di loro sia disposta e motivata ad agire, ad intervenire per salvaguardare il loro e il nostro futuro recuperando quanto prescritto alla fondazione delle loro istituzioni democratiche. Un secondo appello invece è stato lanciato dalla cancelliera Angela Merkel, la quale, dopo aver incontrato Trump e altri leader del G7 il mese scorso, ha dichiarato che l'Europa non avrebbe potuto più contare completamente su nessun altro e avrebbe dovuto anzi lottare per il nostro futuro. E’ tempo quindi per noi tutti Europei di metterci insieme, facendoci paladini dei valori fondanti della nostra Unione, per bloccare il puerile maschio-alfa Donald Trump dall’affermare il suo delirante (date uno sguardo ai suoi tweet per qualche chicca) potere.

@Fala_luigissi96

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GUALA
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