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Start-up e tecnologia: il modello Macron

Qualche mese fa, sulla nostra rubrica, usciva un articolo di Luigi Falasconi sul dilemma delle start-up in Italia: un’analisi del perché gli investitori non prediligono il Belpaese. Oggi, ci concentriamo sull’omologa situazione in Francia, dove Emmanuel Macron esordisce all’evento VivaTech (tenutosi a Versailles a metà giugno 2017) con un sonoro “Voglio che la Francia sia una ‘start-up nation’. Un paese che pensa e si muove come una start-up”, annunciando un piano di investimento di 10 miliardi di euro in start-up e innovazione, gestito dalla banca d’affari pubblica francese Bpifrance.

Il presidente francese Emmanuel Macron. REUTERS/Martin Bureau/Pool
Il presidente francese Emmanuel Macron. REUTERS/Martin Bureau/Pool

Già nel 2014, quando l’attuale Presidente ricopriva la carica di Ministro dell’economia, era noto come “Ministro delle start-up”, avendo contribuito a semplificare la legislazione delle neo imprese digitali in Francia, e non solo. Dal 2014 al 2016, gli investimenti in start-up francesi sono passati da 0,2 a 2,7 miliardi di euro, per un totale di 590 investimenti. La Francia si posiziona al secondo posto in Europa, dietro solo al Regno Unito (a quota 3,2 miliardi) e diventa così la seconda nazione europea per capacità di attrarre capitali, talenti e per investire in innovazione. Ha inoltre il primato in Europa per rapidità di crescita sul mercato delle imprese digitali, con un trend del 63% anno su anno. Per fare un paragone, in Italia, nel 2016, gli investimenti sono stati solo 78, del valore di 200 milioni.

Macron si impegna personalmente a creare consenso e prende quindi parte a diverse conferenze nelle quali spiega i suoi progetti di innovazione e sviluppo digitale. Nel 2014, partecipa a LeWeb, una delle più importanti tech conference europee e afferma che la Francia si trova in una fase di accelerazione, non di rallentamento. Ma spiega anche che paragonando le principali 40 aziende quotate in borsa in Francia con quelle degli USA, le prime sono le stesse di 40 anni fa: non c’è ricambio e questo non stimola l’economia. Il ruolo del governo non è di proteggere le imprese esistenti, ma le persone, consentendogli di prendere dei rischi. Se un’azienda americana vuole comprare una start-up francese, ben venga, purché il paese benefici della sua attività e innovazione.

Nel 2016, Macron dice la sua al CES di Las Vegas, la più grande esposizione di high tech per i beni di consumo. La Francia raggiunge il secondo posto come numero di start-up dopo gli Stati Uniti, rispettivamente 190 e 193, entrambi lontani dal terzo, Israele, con 17 startup. Spiega che esiste da sempre un dinamismo francese in ricerca fondamentale, soprattutto nei settori della salute, le neuroscienze, la matematica. E negli ultimi anni, si è stati capaci di convertire l’eccellenza scientifica in trasformazione imprenditoriale. Oggi, per i Millennials che si addentrano nel mondo del lavoro, è più facile creare la propria azienda che trovare un padrone perché i datori di lavoro tendono a non prendersi il rischio di assumere a tempo indeterminato.

La “loi Macron” (approvata nel 2015) consente di creare una start-up in 4 giorni. Uno Start-up Visa permette agli imprenditori non europei di creare una nuova impresa in Francia con permessi facilitati. L’Ambition Numerique Fund, fondo di venture capital supportato dalla Cdp francese, gestisce gli investimenti, insieme a Bpifrance. A questo si aggiunge la FrenchTech, una rete di incubatori e acceleratori sempre più presente sul territorio e in crescita. Secondo la Cdp, in 5 anni, hanno contribuito a creare 3mila posti di lavoro.

Inoltre, rappresentano più del 30% gli studenti francesi che vorrebbero lavorare o creare un’azienda digitale. Il 74% di loro vorrebbe farlo in Francia. Si tratta di una battaglia che va anche al di là dei confini nazionali, essendo il mercato digitale ormai un mercato globale. Ernst&Young afferma che almeno il 20% di startup francesi che hanno raccolto 5 milioni di finanziamenti lo hanno fatto anche grazie a capitali stranieri.

Se allarghiamo l’indagine su base europea, il dato generale è positivo in quanto, nel 2016, le aziende europee hanno raccolto 16,2 miliardi di euro in finanziamenti per start-up, un record rispetto al passato. In termini di capitale, rispetto all’anno precedente, la crescita è del 12%. Se ci soffermiamo sui singoli paesi, notiamo che Regno Unito e Germania stanno vivendo una fase di rallentamento. L’Italia, dal suo canto, ricorre per il 66% a fonti di finanziamento interni e si distingue come il paese con meno attrattività verso gli investitori internazionali. 

Lo stimolo organizzativo di questo nuovo modello di business è fondamentale in una fase economica difficile, nella quale la recessione prolungata ha bruciato posti di lavoro in tutto l’Occidente. L’allestimento di strutture che facilitino le start-up è fondamentale per offrire un’alternativa concreta a migliaia di giovani pronti ad entrare nel mondo del lavoro.

Sempre citando un Macron visionario, o si abbraccia l’innovazione o si perde la partita”, non stiamo parlando solo di impresa ma di una grande rivoluzione culturale.

@manu_scogna10 

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