Trump punta sulla classe operaia

Rivolgendo il nostro sguardo verso il recente passato ci accorgiamo che uno dopo l'altro i diversi personaggi insediati alla Casa Bianca nel secolo scorso hanno speso gran parte della loro campagna elettorale promettendo un futuro migliore per le migliaia di famiglie che ancora abitano la campagna statunitense, all’alba della sempre più incalzante urbanizzazione. Negli ultimi anni invece abbiamo assistito ad un cambio di rotta: ora assicurano di aiutare i lavoratori del secondario di fronte all’inarrestabile globalizzazione.

REUTERS/Lucas Jackson
REUTERS/Lucas Jackson

E anche il neo-presidente Donald Trump non è stato da meno: lo ha specificato nel suo discorso di Agosto a Detroit sostenendo di voler favorire la produzione nazionale tassando le importazioni, un'idea che porterebbe con maggiori probabilità ad una recessione che ad un rilancio produttivo dell’industria.

Ma tutto ciò non è accaduto per caso: chi ben conosce le radici storiche e culturali degli Stati Uniti sa che la tutela del manifatturiero detiene per gli americani una posizione di eminente rilievo fra le tematiche di più stretta attualità. Oggi gran parte della preoccupazione per la salute del settore manifatturiero deriva dalla constatazione che il suo livello di occupazione è vicino a minimi storici. Fin dalla fine della Grande Recessione, il settore ha impiegato meno di 12,5 milioni di lavoratori - il più basso livello raggiunto dagli USA da quando entrarono in guerra nel 1941. Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, il lavoro in fabbrica ha creato una prosperità ampiamente condivisa che ha contribuito a rendere la classe media americana fra le più ricche se la poniamo di fianco ai corrispettivi nelle economie europee comparabili in termini di PIL. Persone che senza laurearsi potevano comprare una casa, crescere una famiglia, comprare una station wagon, fare belle vacanze. Ha perfettamente senso che gli elettori vorrebbero tornare a quei tempi.

Dal punto di vista economico, tuttavia, ciò non può accadere.

In un recente paper, David Autor, Ford Professor e Associate Head presso il Dipartimento di Economia dell’MIT, e coautori hanno esaminato gli effetti dell’aumento delle importazioni cinesi sull'innovazione.

Quest'altra metrica fondamentale per comprendere la salute del settore manifatturiero statunitense è stata da loro misurata in numero di brevetti. Il manufacturing rappresenta più di due terzi della spesa degli Stati Uniti in ricerca e sviluppo (Helper et al. 2012) e comprende una quota altrettanto grande di patents. Il grafico mostra che il numero annuo di brevetti concessi alle imprese statunitensi (datati entro l'anno della domanda di brevetto) è raddoppiato dal 1991 al 2003, ma in seguito è calato fino al 2007.

Contemporaneamente, le importazioni dalla Cina sono aumentate più di dieci volte tra il 1991 e il 2007 grazie all'adesione all'OMC nel 2001 (coincidente con l'inversione di tendenza nella produzione di brevetti degli Stati Uniti), ad una serie di riforme economiche che hanno incluso la creazione di zone speciali per la produzione di beni destinati all'export e ad un allentamento delle restrizioni che avevano ostacolato l'accesso delle imprese al lavoro, al capitale e alle nuove tecnologie.

Quanto mostrato in precedenza maschera però un’importante componente di eterogeneità nelle tendenze brevettuali per i due settori che contribuiscono maggiormente alla produzione complessiva di brevetti statunitensi. Il settore computers and electronics ne ha aumentata la sua quota dal 10% del 1975 al 35% nel 2007, pari a quasi tutta la crescita durante il 1990 visibile nel plot di cui sopra. Per contro, il contributo del settore chimico e petrolifero è sceso dal 27% del 1975 al 10% nel 2007. Ed entrambe le fluttuazioni sono cominciate prima dell'aumento delle esportazioni cinesi nel 1990. Ciò ci mostra come la concorrenza delle importazioni dalla Cina ha colpito il settore del computer molto più di quanto l'industria chimica, ma sarebbe errato attribuire la superiore capacità di innovazione del settore dei computer alla sua maggiore esposizione all’importazione, dato che l'aumento del numero di patenti in questo settore precede l'esposizione agli scambi commerciali della Cina.

Possiamo quindi riassumere i principali risultati della ricerca portata avanti da Autor et al. in 3 punti:

  1. le industrie che sono state esposte ad una maggiore concorrenza delle importazioni cinesi nel periodo 1991-2007 hanno sperimentato un calo significativo nel loro numero di brevetti;
  2. le importazioni cinesi hanno anche diminuito gli investimenti delle imprese in R&D così come il numerodi vendite globali, l'occupazione, il capitale sociale, e il valore di mercato azionario, aumentando così la probabilità di subire un calo dei profitti operativi;
  3. infine, gli autori hanno stimato che l'impatto negativo della concorrenza delle importazioni sull’acquisizione di brevetti è stato più robusto nelle imprese che erano già inizialmente più indebitate e meno redditizie.

Piuttosto che perseverare nella loro ossessione relativa alla perdita di così tanti posti di lavoro nel secondario, dovuta principalmente all’avvento dell’automazione, sarebbe quindi opportuno che la classe dirigente ponesse un occhio di riguardo nei confronti delle conseguenze di una potenziale riduzione del livello di avanzamento tecnologico sulla crescita economica a lungo termine.

@Fala_luigissi96 

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