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Cercasi scuola politica a prova di Millennials

Nativi di un mondo globalizzato e competitivo, apprendiamo fin da molto giovani che per competere occorre differenziarsi, possedere quel quid in più che consenta proprio a te di emergere da quella maledetta pila di curriculum. Lauree triennali, magistrali, master e corsi di formazione sono ormai merci diffuse (non sono rare le professioni, specialmente in campo tecnico, ingegneristico e matematico, in cui il dottorato viene richiesto come requisito d’entrata). E allora via, a studiare una lingua in più, a cercare stage e esperienze di lavoro, a partire all’estero alla prima occasione. Insomma, competere non è semplice e ciò che fa la differenza sembra essere sempre di più una serie di competenze focalizzate, specializzate, settoriali.

Un dettaglio architettonico dell'Ena, la scuola nazionale di amministrazione pubblica francese.
Un dettaglio architettonico dell'Ena, la scuola nazionale di amministrazione pubblica francese.

Non pare così, invece, in politica. Soltanto il 31% della classe politica nostrana, infatti, ha conseguito una laurea, dato decisamente più basso rispetto alle nostri controparti europee (51% degli inglesi, 58% dei francesi e ben 65% dei tedeschi). La situazione è chiara: mentre ci sono precluse le porte di molte professioni in mancanza dell’agognato “pezzo di carta”, l’accesso a molte professioni politiche, incluse quelle apicali, è permesso anche senza qualificazioni accademiche particolari.

Questa mancanza di preparazione ha conseguenze a dir poco scoraggianti sulla qualità del discorso politico nel nostro paese. Quante volte nei diversi talk show ascoltiamo politici impreparati e limitati, autoreferenziali e ripetitivi?

E allora la domanda sorge spontanea: perché non una scuola mirata di politica che formi severamente chi voglia gestire la cosa pubblica? O forse che servano in politica solamente approssimazione e un bell’eloquio? Certo ciò che conta è prendere voti e vincere le elezioni (quando ci sono…) ed è per questo che molti politici cavalcano le paure, facendo a gara a chi conia lo slogan xenofobo più accattivante - ma che forse non serva una solida preparazione sugli equilibri geopolitici internazionali per gestire l’emergenza dei rifugiati? Che forse non servano basi di gestione aziendale e una decente conoscenza del mercato per decidere del futuro di Alitalia? Od addirittura (fatemi parlare di quel poco che conosco), non sarebbe utile una conoscenza di base della teoria del posizionamento competitivo, per capire che segmento di popolazione raggiungere con la propria proposta politica e come raggiungerlo efficacemente? La soluzione, dunque?

Non sono questi i tempi adeguati per le scuole di partito di memoria comunista, come il celebre Istituto Palmiro Togliatti, situato al chilometro 22 dell’Appia. La formazione politica a cui erano destinati quadri e dirigenti di partito sa oggi, a distanza di più di trent’anni, di egemonia culturale, “un’esperienza dottrinaria”, come l’aveva definita con una punta di sarcasmo Pietro Ingrao. Quale può essere un’alternativa più moderna?

Negli ultimi anni sono sorti, lungo tutta la penisola e da un lato all’altro dello spettro politico, corsi e scuole di formazione politica di vario tipo e respiro. La maggior parte delle esperienze restano per lo più legate aun’ottica partitica, come la “Classe Democratica” del PD e i corsi di formazione della Lega Nord (nonostante più della metà degli studenti, in ogni caso, non sia iscritto ai rispettivi partiti) - sui banchi non più dirigenti di partito, ma studenti universitari o giovani amministratori locali. La Scuola di Politiche di Enrico Letta, invece, è un primo tentativo di guardare al di là della dimensione partito. Al contrario, l’obiettivo è stato, alla sua fondazione, di costruire una scuola dal respiro europeo, scopo che si sta cercando di raggiungere grazie a nomi come Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo, e Herman Van Rompuy, Presidente Emerito del Consiglio Europeo. L’impegno previsto? Un venerdì al mese per un totale di otto giornate.

Tutte queste iniziative - e con loro il gran fiorire di seminari, conferenze e corsi di varia intensità che non abbiamo avuto occasione di presentare - mostrano certamente una voglia di andare al di là della mancanza di preparazione che sembra spopolare in gran parte dell’attuale classe politica. Non saranno, però, iniziative temporanee e saltuarie, o fondate ancora una volta sulla lealtà ad una sigla partitica, a far fronte al gran vuoto di contenuti che caratterizza gran parte dei dibattiti. Sempre di più, pare necessario un approccio più formale, più strutturato, che guardi al di là delle logiche partitiche. Una vera scuola di politica, insomma, che senza preconfigurazioni ideologiche insegni a curarsi della cosa pubblica, a gestire affari di stato, ed abitui, dunque, la futura classe politica a quell’approfondimento a cui, ormai, pochi sono abituati.

Certamente utile uno sguardo alle best practices europee, come l’Ecole Nationale D’Administration (scuola di formazione francese fondata nel 1945 per razionalizzare l’accesso a posizioni chiave dell’amministrazione pubblica), da cui sono provenute personalità politiche di spicco, da Macron a Segolèn e Royale, da Hollandea de Villepin. L’ispirazione deve evitare, però, di sfociare nella mera imitazione, dato che anche la virtuosa Grande Ecole non è priva di imperfezioni, come l’elitismo crescente di anno in anno - secondo l’Economist la percentuale di studenti provenienti dalla classe operaia è scesa dal 30% negli anni Cinquanta al 9% alla metà degli anni Novanta.

Cosa auspicarsi (e magari aspettarsi), dunque, in termini di formazione politica nei prossimi anni? Magari un’istituzione, anche al di là delle semplici logiche universitarie, dallo sguardo europeo ed internazionale, che lasci ai singoli studenti una valutazione di tipo partitico per andare a concentrarsi su un approfondimento autentico. Un’istituzione a prova di Millennials, che sappia far fronte alle aspettative di una generazione abituata ad essere competente e competitiva nei campi più disparati, e che non crede più che la politica debba essere esclusa da questa logica. E chissà che questa sperata formazione politica non sia solo un antidoto all’impreparazione della classe politica, ma anche uno sprone a noi Millennials di riappassionarci alla cosa pubblica, al di là dell’indifferenza o del tifo politico.

@ClaBroggi

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