Una giovane ragazza durante la March For Our Lives a Washington. REUTERS/Leah Millis
Una giovane ragazza durante la March For Our Lives a Washington. REUTERS/Leah Millis

In tutto il mondo numerosi movimenti sociali si sono formati di recente per protestare contro sistemi che impediscono cambiamenti significativi, chiedendo un’espansione dei diritti civili e l’abbattimento dello status quo.


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Dagli Stati Uniti ad Hong Kong, dall’India all’Egitto, dalla Palestina al Perù, il denominatore comune riguarda la composizione anagrafica di questi movimenti: l’era digitale ci sta mostrando con quanta facilità migliaia di giovani riescono ad essere connessi ed in grado di mobilitare massicce manifestazioni di successo partendo da video su YouTube o hashtag su Twitter.

Uno degli ultimi casi è stato l'impressionante March For Our Lives, una delle manifestazioni più partecipate nel mondo occidentale negli ultimi anni. In oltre 800 città degli Stati Uniti, lo scorso 24 marzo, milioni di studenti e non, hanno manifestato contro la vendita delle armi, attirando in poco tempo enormi consensi e riaccendendo il dibattito in un Paese che sembrava essersi rassegnato alle continue stragi e violenze. 

Ma come è stato possibile arrivare ad una manifestazione del genere?

Il 14 febbraio Nikolas Cruz,19 anni, è entrato dentro la Marjory Stoneman Douglas High School e con un fucile semiautomatico ha compiuto una carneficina, uccidendo diciassette persone, e ferendone oltre 50. In poco più di 6 minuti si è consumata una fra le sparatorie scolastiche con il maggior numero di vittime nella storia recente degli Stati Uniti.

Il giorno dopo il massacro, Cameron Kasky, 17 anni, studente dello stesso liceo, ha lanciato assieme ad altri giovanissimi sopravvissuti alla strage, #NeverAgain, un movimento per rispondere alla violenza causata dalle armi. Nel giro di un mese, pochi studenti hanno dato vita al più grande movimento contro le armi degli ultimi 20 anni, scuotendo un paese oramai anestetizzato dalle continue stragi e violenze quotidiane.

La sfida che hanno lanciato sembra insormontabile. Oltre il 30% delle stragi compiute in tutto il mondo con armi da fuoco avviene negli Stati Uniti e lo stesso Barack Obama, oltre ai famosi pianti in diretta nazionale e le parole dure nei confronti dell’Nra (potente lobby delle armi che finanzia sia i repubblicani e i democratici) non è riuscito a far approvare leggi significative per stringere i controlli.

Eppure qualcosa sembra stia cambiando. “La generazione delle stragi” come l’ha definita lo stesso Kasky, ha avuto una reazione diversa rispetto a quella tiepida a cui eravamo stati drammaticamente abituati. Gli studenti sopravvissuti hanno denunciato l’influenza dell’Nra sul Congresso e sui politici, richiedendo interventi efficaci come il bando delle armi semiautomatiche e controlli più stretti su tutti i venditori ed acquirenti di armi. Emma Gonzalez, 18 anni, è diventata uno dei simboli della protesta giovanile, superando con il proprio contatto su Twitter, in pochi giorni, il numero di follower della stessa Nra.

Il 14 marzo prima, e il 24 marzo poi, milioni di studenti e non, hanno interrotto le lezioni e hanno deciso di protestare contro le stragi nelle scuole, influenzando in poco tempo il controverso dibattito sulle armi in tutto il Paese. Dopo la strage, secondo un recente sondaggio di Politico, il numero di statunitensi che vuole leggi più restrittive sulle armi è aumentato dell’8% (da 60% a 68%) e l’appoggio nei confronti dell’Nra sembra essere ai minimi storici.

Inoltre, il movimento #NeverAgain ha già ottenuto la sua prima vittoria in Florida, dove è stata approvata una legge che innalza l’età minima per acquistare un’arma, permette alla polizia di sequestrare le armi a persone con disturbi mentali e in generale impone controlli più severi. Tuttavia, difficilmente il Congresso, di maggioranza repubblicana, approverà una legge per limitare la diffusione delle armi. Lo stesso Trump non sembra particolarmente favorevole a tal proposito.

Vorrà dire che tutti gli sforzi saranno stati vani e il movimento non riuscirà a cambiare lo status quo americano?

I ragazzi di Parkland vogliono rendere la riforma delle leggi sulle armi uno degli argomenti principali dei dibattiti delle prossime elezioni di metà mandato di novembre 2018, e ci stanno già riuscendo. Inoltre, l’obiettivo di lungo periodo sembra essere quello di mobilitare i giovani elettori americani, sempre più disinteressati e assenti durante le elezioni. Non è un caso, che durante le recenti manifestazioni, oltre 5mila volontari in tutto il Paese, abbiano organizzato banchetti per registrare nuovi elettori. «Se i politici non cambiano le leggi, li cacceremo votando» è il mantra del giovane attivista Kansky.

Le manifestazioni, i sondaggi favorevoli, la presenza di numerosi privati, piccoli e non, che hanno deciso di sostenere, anche economicamente, la causa della lotta alle armi e le prime reazioni positive a livello politico, sembrano indicare che l’attivismo giovanile americano sia sulla giusta strada.

Quella che è stata definita negli ultimi anni come la rivoluzione dei giovani, non si esaurisce di certo in terra americana e non riguarda esclusivamente la lotta contro la diffusione delle armi.

In tutto il mondo, milioni di giovani hanno deciso di scendere in piazza, di riappropriarsi dei propri diritti, più volte negati.

Nel gennaio di quest’anno, in India 40 milioni di giovani e adulti hanno protestato contro il matrimonio infantile, formando una catena umana che si è sviluppata per oltre 10km.

Durante il mese di febbraio, gli studenti peruviani hanno manifestato contro quella che hanno definito una legge che li renderebbe degli schiavi permettendo le aziende di assumere migliaia di giovani come stagisti non retribuiti.

I protagonisti del cambiamento hanno dei nomi, dei volti, delle storie ben precise.

Parliamo di Joshua Wong, nato nel 1996, che a soli 17 anni è diventato uno dei leader della rivoluzione degli ombrelli, il movimento che cerca di ottenere libere elezioni nella regione speciale amministrata dal governo cinese.

O di Ahed Tamini, giovane ragazza palestinese di 17 anni, simbolo della resistenza all’occupazione israeliana, figlia di una famiglia di attivisti.

Questo ardente impegno civile, che in molti casi ha fortemente influenzato il dibattito politico, si è dovuto scontrare contro la realtà.

Il leader della rivoluzione degli ombrelli, Joshua Wong, accusato di essere un agente degli Stati Uniti, ha ricevuto nell’ultimo anno due condanne per aver partecipato alle manifestazioni. La ragazza simbolo della resistenza palestinese, Ahed Tamini, è stata condannata ad 8 mesi di carcere per aver preso a schiaffi un soldato israeliano.

Gli stessi studenti americani, sono stati accusati di essere “attori pagati da donatori misteriosi” da parte dell’Nra e hanno ricevuto numerose critiche ed insulti anche da politici repubblicani.

Non tutto sembra essere perduto però.

Il movimento americano #NeverAgain, ad esempio, sta cercando di creare solidi legami con altre realtà e movimenti, come quello di Black Lives Matter, che nei recenti anni ha manifestato contro l’uccisione ingiustificata di decine di persone di colore da parte della polizia. L’obiettivo è quello di coordinare gli sforzi con tutti i movimenti, con i giovani e non, interessati, legati dalla comune volontà di rafforzare i diritti civili.

I giovani voglio agire là dove le precedenti generazioni hanno spesso fallito.

Gordon Brown, inviato speciale dell’Onu per l’Educazione Globale, in un recente articolo ha dipinto una immagine interessante che riassume diversi di questi movimenti giovanili. Circa un secolo fa, il fondatore di Save The Children, affermò che l’unico linguaggio universalmente comprensibile fosse il pianto di un bambino. Le lacrime dei bambini, tuttavia, troppe volte sono rimaste inascoltate, in quanto provenienti da spettatori inermi, soggetti passivi delle azioni altrui.

Con il passare del tempo, i giovani sono diventati sempre più connessi e attivi. Hanno trovato nei social network un alleato importante, riuscendo ad organizzare manifestazioni massicce in breve tempo, con budget inesistenti, influenzando migliaia di persone tramite semplici tweet o brevi video. Le battaglie di questi giovani, così diverse, nel tempo e nei contenuti, eppure così simili, sono tutte collegate tra loro da un filo invisibile.  

Pronti a far valere i loro diritti davanti ad un mondo che li ha profondamente delusi, ne immaginano uno diverso. Contro lo status quo, spesso difeso dalle classi più agiate, per ottenere dei cambiamenti concreti, sono stanchi di abbassare la testa e di delegare ad altri il proprio futuro. Le loro grida non sono più delle semplici suppliche ma voci di marce di ribelli che sognano un mondo più giusto.  

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