A che punto è l’Unione eurasiatica?

Sembra passato un secolo da quando, con toni trionfalistici, veniva annunciata la nascita dell’Unione economica eurasiatica. Il grande disegno di Putin per riportare sotto l’orbita russa gli Stati ex sovietici ha incontrato ben più di un ostacolo. A cominciare dall’Ucraina. A che punto siamo ora?

L’Unione economica eurasiatica sta per spegnere la sua prima candelina. Rappresenta il passo successivo all’unione doganale e quello che precede una più stretta integrazione politica. Per il momento, la sua caratteristica principale è l’aspetto economico. Russia, Bielorssia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia, cinque nazioni, 183 milioni di persone, un settimo di tutte le terre emerse e un pil quanto quello dell’Italia, quasi un decimo di quello dell’Ue e un quinto di quello della Cina. L’Unione eurasiatica sembra un coniglio che ruggisce. E ora fa pur qualche colpo di tosse.

La crisi del rublo che sta comprimendo l’economia russa, insieme al prezzo del petrolio ben lontano da quei 100 dollari su cui è fondato l’equilibrio del bilancio statale, ha reso di colpo meno appetibile l’ingresso nell’Unione. Oltre che creare un’asimmetria nello spostamento di merci, che rende più conveniente l’export russo e meno quello degli altri membri. Lo sa bene l’Armenia, che ha visto crollare il proprio export verso la Russia dopo l’ingresso nell’Uee. “Se la crisi russa continua, anche altri Paesi proveranno una crescente delusione nei confronti dell’Unione”, ha detto Gagik Makaryan, presidente dell’organizzazione armena dei lavoratori.

Ma ci sono anche le rivalità aperte tra attuali e potenziali membri. Il ministro degli Esteri dell’Azerbaijan, Elman Mammadyarov, ha detto che la presenza nell’Uee dell’Armenia è “un ostacolo estremamente serio” all’ingresso del suo Paese. La questione del Nagorno Karabakh scotta ancora. E la stessa cosa si può dire per Tagikistan e Uzbekistan nei confronti del Kirghizistan a causa della disputa territoriale sulla valle del Fergana.

L’Unione russo-asiatica

Sono cambiate molte cose da quanto l’ambizioso progetto è partito. L’Unione eurasiatica è per molti versi modellata sull'Unione europea. Ma secondo molti osservatori ha tutte le caratteristiche di una riedizione deideologizzata dell'Urss, di cui già copre i due terzi di territorio. L'Unione va ben oltre la semplice eliminazione delle frontiere tra i Paesi ex sovietici. È più che altro un’architettura formalmente flessibile ma sostanzialmente rigida, che riporta i Paesi membri nell’orbita di Mosca.

Le cose hanno cominciato a guastarsi quando il tassello più importante del mosaico ha mostrato di non volerne sapere di andarsi ad incastrare al suo posto. Il tarlo nella testa di Putin è sempre stata l’Ucraina. Persa, forse per sempre, proprio quando l’Unione cominciava a prendere forma. Quella terra, chiamata "Piccola Russia" fino al XX secolo, in affondano le radici della lingua, religione, cultura e tradizioni pan-russe, la Rus' di Kiev che ha dato persino il nome al Pese che ora Putin governa, se n’è andata per la sua strada. Non si è trattato solo di una perdita territoriale, economica e di prestigio per Mosca, ma di uno snaturamento del carattere stesso dell’Unione.

La perdita dell’Ucraina insieme al raffreddamento dei rapporti della Russia con l’Occidente, ha spostato l’asse più a oriente del previsto. Il riferimento al Pil della Cina non è casuale. Durante il suo recente discorso alle Nazioni unite, Putin ha accennato all’idea di “interconnettere l’Uee con l’iniziativa cinese del corridoio economico ‘Via della Seta’”.

L’Unione eurasiatica sembra sempre più russo-asiatica. Mosca da sola rappresenta già il 63% del mercato interno e comprende il 57% della massa votante, i cittadini russi o di etnia russa rappresentano 87% dei circa 170 milioni di popolazione complessiva, il rublo ha il ruolo di moneta unica di fatto e il russo la lingua franca.

E ora Putin si rivolge alla Cina.

@daniloeliatweet

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