A chi serve la battaglia degli oligarchi in Ucraina

Kolomoisky ha sfidato apertamente lo stato e ha perso. Forse è la prima volta che un oligarca e la cosa pubblica in Ucraina agiscono come due entità distinte e perfino in lotta tra loro. La sconfitta dell’ex governatore di Dnipropetrovsk però potrebbe nascondere rischi impensati.  

Photo: Volodymyr Petrov
Photo: Volodymyr Petrov

 

Se Dnipropetrovsk non è ridotta come Donetsk lo si deve a Igor Kolomoisky. Esattamente come Donetsk deve buona parte delle sue sventure a Rinat Akhmetov. Ma se l’uomo più potente di Dnipropetrovsk ha evitato che la sua città, e i suoi affari, finissero in mezzo alla guerra non lo ha fatto né per amor patrio né per filantropia. Se gli oligarchi anteponessero qualcosa al biznis, be’, non sarebbero oligarchi.

Chi ha conosciuto l’Ucraina prima di questa guerra forse sa già cosa intendo dire. Profondo sudest del Paese, popolosa città industriale tutta palazzine prefabbricate e ciminiere, grossa fetta di popolazione russa, assoluta maggioranza di abitanti russofoni. Nata russa, col nome di Ekaterinoslav, e da sempre protesa a est, culturalmente ed economicamente. Per dirne una, è lì che si costruiscono i missili delle testate balistiche intercontinentali russe e i vettori spaziali lanciati dal cosmodromo di Baikonur. Dnipro, come la chiamano i giovani, fino a un anno fa aveva le stesse potenzialità esplosive di Donetsk e Luhansk. E forse le ha ancora.

 

Il feudo di Igor

Ma per chi la visita oggi, Dnipropetrovsk ha l’aspetto della più ucraina tra le città ucraine. Bandiere gialloazzurre dovunque. Slogan patriottici dipinti sui tram e sui muri della città. L’enorme monolito incompleto che si staglia all’orizzonte oltre il fiume Dnipro è stato colorato con il tridente ucraino. E dove c’era Lenin – tirato giù in una notte di febbraio – c’è ora la foto di una bambina in vyshevanka che dice “Amo l’Ucraina”. In russo.

Non puoi fare una passeggiata per Dnipropetrovsk senza inciampare in qualcosa che appartiene a Kolomoisky. Proprietario della prima banca ucraina, di una manciata di compagnie aeree, di diversi canali televisivi, industrie metallurgiche e della squadra di calcio Dnipro FC, e fino a qualche giorno fa anche governatore della regione, nominato all’indomani della fuga di Janukovič dall’allora presidente ad interim Turčinov. L’uomo più potente della città è anche capo della comunità ebraica, una forte componente di Dnipropetrovsk. Nonché fondatore e primo finanziatore dei battaglioni paramilitari Donbass e Dnipro, oltre che (ufficiosamente) del battaglione Azov. E qui viene il bello. Perché per molti si tratta nient’altro che una milizia privata al suo comando. Il colpo di mano di qualche giorno fa – quando insieme a una cinquantina di suoi soldati ha occupato la sede della Ukrnafta, oggetto di una riforma legislativa che riduce il potere delle sue quote in favore di quelle pubbliche – dimostra proprio quanto sia pericoloso il mix di soldi, potere e milizie private.

 

Dnipropetrovskaja Narodnaja Respublika

Kolomoisky è stato “dimissionato”, diremmo noi. Molti hanno applaudito a Poroshenko come paladino del popolo contro gli oligarchi. Ma in Ucraina niente è così lineare. A cominciare dal fatto che proprio lo stesso Poroshenko, oltre che vecchio volto della politica, in quanto milionario è un esponente di quella stessa élite economica che da vent’anni controlla il Paese. Potremmo dire che il conflitto d’interessi non si è mai estinto. Il presidente possiede aziende che fanno affari con lo stato oltre che l’emittente televisiva Canale 5, che lo ha spinto nella corsa alle elezioni. Aveva promesso di cedere le suo quote una volta eletto, ma se n’è dimenticato. E da quando è in carica ha riempito le strutture dello stato di suoi ex manager e dipendenti. Ricorda qualcuno, vero? Da ultimo, proprio come sostituto di Kolomoisky, ha scelto Vitaliy Reznychenko, un ex manager della Ukrainian Media Holding, di cui Poroshenko possiede una quota di minoranza, senza alcuna esperienza amministrativa.

Ora in molti si chiedono se Kolomoyski seguirà le orme di Akhmetov dando in pasto la regione a una nuova Dnipropetrovskaja Narodnaja Respublika separatista. È piuttosto improbabile, visto lo stato delle imprese di Akhmetov a Donetsk (e visto anche che gli abitanti di Dnipropetrovsk sanno bene come se la passano i loro connazionali nella Dnr). Ma il rischio di destabilizzazione di una regione così vicina, non solo geograficamente, al Donbass è concreto.

 @daniloeliatweet

 

 

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