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Addio alla superpotenza Russia, a secco di petrolio in vent’anni

Un documento riservato del ministero dell’Energia russo disegna uno scenario allarmante, le riserve agli sgoccioli entro il 2035. Col prezzo del petrolio ai livelli attuali, le compagnie petrolifere versano pochissime tasse e non investono in ricerca. Se continua così, Mosca non potrà più sostenere l’attuale spesa militare e dovrà rinunciare al sogno di essere una superpotenza.

Photo credits Afp

Il rapporto è stato diffuso dal giornale russo Vedomosti. E la sua autenticità è stata confermata da fonti dello stesso ministero. Se continua così, si dice nel documento riservato, entro il 2035 la Russia sarà a secco di petrolio. I giacimenti finora noti hanno una vita stimata di massimo vent’anni, mentre il prezzo del greggio intorno ai 30 dollari al barile ha talmente assottigliato i profitti delle compagnie petrolifere che è diventato antieconomico investire per cercare nuovi giacimenti.

Per un’economia più piccola di quella italiana e che si fonda esclusivamente sul petrolio, è una mazzata. E infatti, lo studio è il sintomo di un allarme diffuso nell’élite russa. Secondo il Moscow times, Putin starebbe pensando a una nuova tassa sul petrolio. Mossa disperata e pericolosa. Ma gli scenari ipotizzati dagli esperti sono anche peggio.

Sempre meno soldi

I numeri sono impietosi. Secondo un calcolo fatto dal New York Times, quando il petrolio viaggiava sui 100 dollari al barile, i petrolieri russi versavano circa 74 dollari allo Stato sotto forma di tasse. Ora che bastano 35 dollari per comprare un barile di greggio, la quota versata all’erario è di appena 17. E le previsioni degli esperti parlano di un prezzo che resterà così basso anche nei prossimi anni.

L’economia di mosca poggia letteralmente sull’export energetico, che fino allo scorso anno rappresentava il 65% di tutto l’export e il 34% del Pil. Per avere un’idea della dipendenza dell’economia russa dalla vendita di gas e petrolio basti pensare che il bilancio pluriennale sta in piedi grazie a un calcolo del prezzo del greggio di 100 dollari al barile. E il prezzo del gas, altra voce fondamentale dell’export russo, è ancorato a quello del petrolio.
Sul fronte del profitto dei petrolieri, la situazione è persino peggiore. Ai tempi d’oro, per ogni barile le compagnie intascavano 11 dollari, al netto di spese di estrazione e trasporto. Ora il guadagno è di appena tre dollari per ogni barile. I petrolieri non hanno intenzione di investire nella ricerca di nuovi giacimenti, convinti che non ci sarà alcun ritorno nei prossimi dieci anni. L’effetto paradossale è che accordi come quello recente di Doha per congelare gli attuali livelli di produzione saranno vanificati dal crollo delle estrazioni, stimato nel 46% nel documento del ministero dell’Economia.

Intanto, gli investitori fuggono. Vitol, una delle più grandi società mondiali di trading di materie prime con sede in Svizzera, ha recentemente ceduto tutte le proprie partecipazioni nel mercato russo.

Il peso delle sanzioni

Un prezzo come quello attuale fa saltare completamente i conti. La spesa militare – oggi la terza più alta al mondo in rapporto al Pil, persino più degli Stati Uniti – non sarà più sostenibile e il Cremlino si troverà a dover scegliere tra tagliarla, rinunciando al sogno di essere una superpotenza, o abbattere il già misero stato sociale, con forti rischi di instabilità interna. Il quadro somiglia molto a quello degli ultimi anni dell’Urss, quando la spesa militare e spaziale succhiava il 60% del Pil e il prezzo del petrolio era quasi ai livelli di oggi. Secondo alcuni storici, la vera causa della caduta dell’Urss.

È improbabile che la storia di ripeta, ma le conseguenze della combinazione di fattori negativi non va sottovalutata. E lo sanno bene al Cremlino. La nuova tassa sui produttori di petrolio, che sarebbe allo studio del ministero delle Finanze, è un’arma a doppio taglio. Le casse dei petrolieri sono ancora piuttosto pingue e fanno gola. Ma un’ulteriore mannaia sui loro guadagni futuri potrebbe innescare una spirale ancora più negativa.

Un dettaglio tutt’altro che secondario è nascosto tra le pieghe del documento del ministero dell’Energia. Tra le variabili che potrebbero invertire la tendenza negativa, oltre a un aumento improbabile del prezzo e alla politica fiscale, è indicata nel migliore scenario la revoca delle sanzioni internazionali. Contrariamente a quanto la propaganda ripete da tempo, dunque, le sanzioni fanno sentire i loro effetti. E l’Occidente può giocare il suo ruolo nel contenere il revanscismo russo.

@daniloeliatweet

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