Cala il silenzio sui territori separatisti in Ucraina

Ora che la guerra in Donbass si è trasformata in un conflitto a bassa intensità e gli occhi dei media sono puntati altrove, gli abitanti delle autoproclamate repubbliche sono lasciati al loro destino. Intanto i separatisti hanno cacciato tutte le Ong straniere, chiuso quelle locali e arrestato alcuni volontari.

Foto Reuters

Qualche giorno fa un post su Facebook di un mio amico che a Donetsk gestisce un’organizzazione umanitaria mi ha fatto saltare sulla sedia. “Alcuni nostri volontari sono stati arrestati. I nostri mezzi sequestrati. Dobbiamo interrompere la nostra attività”.

Evgeny Shibalov e suo fratello Dmitry sono i fondatori di Otvesvennje Grazhdane, qualcosa come “Cittadini responsabili”. Evgeny non fa certo segreto delle sue simpatie filoucraine, ma la sua è un’organizzazione umanitaria senza legami politici. Durante la mia ultima visita nei territori separatisti in Ucraina dell’est, sono stato con loro due giorni interi. Ho visto loro e gli altri volontari Olga Kosse e Marina Cherenkova mentre con il loro Doblò bianco andavano in giro dai quartieri più pericolosi di Donetsk fino ai villaggi più sperduti, solo per portare vestiti e cibo.

Arresti

Erano i giorni in cui la guerra al suo apice e colpi di mortaio cadevano dappertutto. Li ho visti portare vestiti caldi e peluche in un orfanotrofio in cui i bambini dormivano nella mensa e con i sacchi di sabbia alle finestre perché le camerette erano esposte al tiro dell’artiglieria. Li ho visti portare cibo e medicine alle babushke di Amvrosiivka, a un passo dalla Russia, e non dire mai di no a nessuno.

«Facciamo noi il lavoro sporco», mi ha detto una volta Evgeny. «Andiamo noi nei posti più pericolosi, dove le Ong straniere non vanno».  Medici senza frontiere, Unicef, Unhcr davano a loro i pacchi con gli aiuti perché li portassero di casa in casa.

Adesso niente più. Le autorità separatiste hanno cacciato tutte le organizzazioni internazionali dal territorio e costretto a chiudere Otvesvennje Grazhdane. Marina Cherenkova è stata arrestata e non se ne sa ancora niente. Anche Olga Kosse è stata arrestata e poi rilasciata e costretta ad abbandonare Donetsk. E pure Evgeny è stato bandito dalla Dnr. I mezzi dell’organizzazione, che poi sono le macchine dei volontari, sono state sequestrate.

Evgeny ha chiesto aiuto al servizio di Azione umanitaria e Protezione civile dell’Ue, ECHO, e persino all’Onu, perché intercedano per il rilascio di Marina e li aiutino a riprendere la loro attività, ma non ha ancora avuto alcuna risposta concreta.  

Isolamento

Il cosiddetto Ministero per la sicurezza dello Stato della repubblica di Donetsk non permette a nessuno di vedere Marina. Naturalmente non esiste difesa legale. Né è stata data alcuna spiegazione del perché degli arresti e delle espulsioni.

Come ho scritto in un altro articolo, la sensazione dominante passeggiando per le strade di Donetsk è di trovarsi in una sorta di califfato sovietico-ortodosso. I riferimenti all’iconografia sovietica sono onnipresenti, spesso rivisitati in chiave moderna. Le bandiere con l’effige del patriarcato di Mosca – un volto di Cristo ritratto con ortodossa ieraticità – sventolano in cima ai palazzi pubblici. E una delle milizie che per prime sono comparse in città ha il nome di Russkaja pravoslavnaja armia, Armata russo-ortodossa.

Tra i cavalli di battaglia dell’amministrazione locale ci sono la nazionalizzazione delle imprese e la realizzazione di mense per i poveri nei McDonald’s chiusi. Mentre la paranoia delle spie straniere è dovunque e il lavoro dei giornalisti indipendenti sempre più difficile.

La messa al bando delle Ong e gli arresti non sono una minaccia solo per i ragazzi di Evgeny, ma per tutta la popolazione del Donbass separatista.

@daniloeliatweet

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