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Che possibilità ha Nadiya Savchenko di tornare in Ucraina?

Putin e Poroshenko si sono sentiti al telefono e hanno discusso il rientro in Ucraina di Nadiya Savchenko, recentemente condannata a 22 anni di carcere. Gli ostacoli, però, non sono pochi. A cominciare proprio dagli accordi di pace di Minsk.

Prima ancora che i due presidenti si sentissero, fonti del ministero della Giustizia ucraino hanno fatto saper di aver inviato una formale richiesta alla Russia per il rientro in patria di Nadiya. E l’agenzia russa Ria Novosti ha riferito che il corrispettivo ministero russo non avrebbe nulla in contrario a esaminare la richiesta.

Ma quello che sembra l’inizio della fine dell’incubo di Nadiya è un percorso irto di ostacoli.

Innanzitutto bisogna chiarire che, formalmente, non si sta parlando di una liberazione ma di un trasferimento per scontare la pena in Ucraina. Nadiya Savchenko è stata condannata a 22 anni lo scorso marzo per concorso nell’omicidio dei due giornalisti russi Igor Kornelyuk e Anton Voloshin durante una battaglia nell’est dell’Ucraina nell’estate del 2014. Nel frattempo, durante la sua custodia cautelare, Nadiya è stata eletta deputato della Rada, il parlamento ucraino. Ed è chiaro a tutti che, di fatto, non sarebbe difficile trovare il modo di non farle scontare la pena una volta rientrata a casa.

La convenzione di Strasburgo

La richiesta ucraina arriva pochi giorni dopo che un tribunale di Kiev ha condannato a 14 anni di carcere per terrorismo Aleksandr Aleksandrov e Evgeny Erofeev, due militari russi catturati in Donbass. Con un tempismo tutt’altro che casuale, si è subito cominciato a parlare di uno scambio due a uno.

Le cose, però, non sono così semplici. E, paradossalmente, ci si mettono di mezzo gli accordi di Minsk.

La richiesta da parte ucraina si basa infatti sulla convenzione di Strasburgo del 1983 “Sul trasferimento delle persone detenute all’estero”. Come dicevo si tratterebbe di far scontare al condannato la pena in un carcere del proprio Paese. La convenzione è stata firmata e ratificata sia dall’Ucraina che dalla Russia.

La procedura non prevede per questo nessuna necessità di scambio, come invece è stato recentemente nel caso di Eston Kohver, né si parla di prigionieri di guerra. Inoltre, perché si possa procedere al trasferimento, è richiesto che la condotta sia prevista come reato anche nel Paese del detenuto. Significherebbe ammettere la colpevolezza di Nadiya per un fatto che la difesa si è sempre affannata a definire “costruito”. E, infine, è necessario che la condanna sia definitiva. Per questo gli avvocati di Nadiya non dovrebbero fare appello contro la condanna. Di nuovo, un’ammissione di colpevolezza. Due condizioni difficili da mandare giù per un militare fiero come di è dimostrata Nadyia.

Gli accordi di Minsk

Nello stesso tempo è difficile incastrare l’eventuale scambio nella cornice degli accordi di Minsk. Intanto, sempre stando alla forma, né Savchenko né Aleksandrov e Erofeev sono prigionieri di guerra. Secondo i rispettivi tribunali sono detenuti ritenuti colpevoli di crimini previsti dal codice penale. Ma soprattutto è proprio sullo scambio di prigionieri che a Minsk le trattative si sono arenate. Durante uno degli ultimi incontri del gruppo trilaterale di contatto, il rappresentante dell’Osce Martin Sajdik, ha detto che si è parlato anche di Savchenko, ma che «sfortunatamente, non è stato raggiunto alcun accordo sullo scambio di prigionieri».

Secondo la Novaja Gazeta, però, si starebbe organizzando un grande scambio per il 9 maggio, nell’ordine di una settantina di prigionieri da entrambe le parti. Le liste sono ancora aperte. Far rientrare Nadiya in questo scambio – non impossibile se ci fosse la volontà politica – escluderebbe anche l’obbligo di scontare la pena in Ucraina. Sarebbe, insomma, una vera liberazione.

Ma avrebbe anche un altro effetto – e non è detto che sia voluto fino in fondo dalla Russia – ossia quello di spianare la strada alla liberazione delle altre decine di prigionieri (chiamiamoli politici) nelle mani della giustizia di Mosca. A cominciare dal regista Oleg Sentsov e l’attivista antifascista Oleksandr Kolchenko, imprigionati nella Crimea occupata e condannati a 20 anni per terrorismo.

Basta volerlo.

@daniloeliatweet

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