Cosa importa chi spara su Donetsk?

A Donetsk i combattimenti non si sono mai fermati. Anche ora che i colpi di obice non sono così frequenti e la città è in cerca di una normalità apparente, separatisti e ucraini si danno battaglia nei quartieri appena a nord della stazione. E in mezzo scorre la vita. Il racconto di una giornata.  

Photo: Danilo Elia

A Donetsk non è difficile raggiungere il fronte, basta prendere un bus. È una delle tante assurdità di questa guerra, come i ristoranti aperti in centro e i sacchi di sabbia sulle vetrine dei negozi. O le pareti della stanza che tremano per i colpi di obice e i bambini con la cartella in spalla. E il bus che per portare la gente a casa deve fare lo zigzag tra i buchi dei mortai.
Basta prendere il 2 e andare alla stazione. I treni non vanno più da un pezzo. Ci sono un paio di locomotive mezze distrutte e dei miliziani a guardia. Sulla porta del deposito bagagli c’è una scritta spray rossa “Rifugio”. Il sottopassaggio è aperto, ci passa chi deve andare dall’altra parte, nel quartiere Kuybishevskij. È una zona fatta di vecchie case col tetto spiovente, e i cortili. E nei cortili i giochi per i bambini, scivoli e girelli. E poi da lì ci sono i piccoli bus per i sobborghi di Pisky e Vesele. A un passo dall’aeroporto. Questi quartieri non sono stati evacuati. “La gente ha anche bisogno di tornare a casa”, dice Andrej, l’autista del bus, stringendosi nelle spalle. “Cosa dobbiamo fare? È lavoro”.

Una parvenza di normalità
Come provare a raccontare questa città? Nel momento in cui scrivo, in una locale del centro frequentato dai miliziani, la musica dagli altoparlanti è così forte che le esplosioni non si sentono. È uno dei pochi a non chiudere col buio. Le cameriere sorridono mentre servono i pochi clienti. Due ragazzi in mimetica con i kalashnikov a tracolla sono venuti a ritirare delle pizze da asporto. Un altro in giacca di pelle e fondina alla cintola va sbattendo con la pistola a tutte le sedie.
Durante il giorno, il centro di Donetsk assume una parvenza di normalità. Molti negozi sono chiusi, ma sono molti anche che lentamente stanno riaprendo. In lontananza tuonano le artiglierie, sembrano temporali che sfiorano solo la città. Le fermate degli autobus sono piene di gente che aspetta, ma qualche volta è un carro armato a passare. A un incrocio, una pattuglia della polizia fa i rilievi di un incidente tra una Toyota e un cannone.
La ricerca di normalità è quasi paradossale. Non è il risultato di un allentarsi della tensione o dei combattimenti, ma solo il frutto dell’abitudine che fa diventare lo straordinario ordinario.

La guerra in pochi metri
La gente è arrabbiata. Quando vedono tirare fuori la macchina fotografica, le vecchie signore col fazzoletto in testa mi chiedono cosa diavolo ho da fotografare. Ma poi è la voglia di far conoscere la loro storia a prendere il sopravvento. Un giovane mi tira per la manica e mi fa vedere le foto suo cellulare, un buco nel tetto, schegge di granata grosse come uova. Due ragazzi mi portano verso la loro casa, su una viuzza piena di tetti sfondati e cancelli forati da schegge. Il fronte è poco più in là, i colpi di mitraglia sembrano vicinissimi, le esplosioni scuotono l’aria, le donne con le sporte della spesa camminano veloce, come se questo potesse cambiare le cose.
L’esercito ucraino è attestato a ovest, a Pisky e a nord dell’aeroporto. I battaglioni Vostok e Somali della milizia della Dnr e poche centinaia di metri a sud, e nel sobborgo orientale di Spartak. Combattono la loro guerra tra una manciata di strade. Non ha più senso cercare di capire chi è di volta in volta a sparare sull’abitato. Non ha senso cercare un colpevole solo da una parte o dall’altra.

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