La Crimea due anni dopo

Il 18 marzo si è festeggiato il secondo anniversario dell’annessione, o del “ritorno” come preferiscono dire qui, alla Russia. Putin ha fatto visita alla penisola per verificare i grandi cantieri del ponte sullo stretto di Kerch e dell’autostrada. Intanto, le città sono al buio e la gente si lamenta dei prezzi che continuano ad aumentare.

Niente di tutto quello che avete letto sulla Crimea è vero al cento per cento. Eppure, in ogni cosa c’è un po’ di verità. L’entusiasmo di gran parte della popolazione per il “ritorno” della penisola alla madrepatria Russia non è svanito, ma la vita di tutti i giorni a volte fa fare dei bilanci. «La burocrazia è folle», mi ha detto una donna che gestisce un ristorante a Sebastopoli. «Puoi arrivare in fin di vita in ospedale e ti chiedono comunque di riempire mille carte. Con l’Ucraina non era così». Il che sembra un paradosso, visto che Kiev non è meno famosa per la sua burocrazia bizantina.

Mentre davanti alla Casa Mosca un migliaio di persone – non tantissime, in verità – si radunavano per cantare l’inno russo e sventolare il tricolore, c’erano alcuni crimeani che non avevano niente da festeggiare. Come un gruppo di ragazzi ucraini – definiamo: di lingua russa, nati e cresciuti in Crimea e di appartenenza etnica e culturale ucraina – che brindava sottovoce «gloria all’Ucraina». O come molti dei Tatari che continuano a lamentare la drastica riduzione dei diritti civili. O, ancora, come la maggioranza dei Millennials postsovietici, nati in Ucraina, cresciuti con i film di Hollywood e gli hamburger, e sensibili al nuovo mito della rinascita russa. Per loro, dicono in molti, Russia o Ucraina non fa molta differenza. Basta che ci sia il benessere.

Chi sono gli abitanti della Crimea

Perché la Crimea è qualcosa di più complesso di quello che ci raccontano. La semplice distinzione etnica delle tre principali comunità – russa, Tatara e ucraina – non spiega tutto. Se non si va a fondo anche alla grande divisione generazionale tra i vecchi nostalgici dell’Urss e i giovani, o a quella sociale tra i più e i meno istruiti, non si avrà mai un quadro fedele della Crimea.

«Mia madre è ucraina, mio padre russo, io sono nata a Mosca e mi sento russa, ma ho scelto di vivere in Crimea prima del referendum perché amo l’Ucraina. E quel giorno di due anni fa ho votato sì, come tutti», mi ha detto Alessia, militare della flotta russa nel Mar nero.

Un mosaico che, paradossalmente, può trovare proprio in questo il suo punto di coesione. «Cosa siamo noi?», mi ha detto un’aspirante scrittrice «Siamo diversi dagli ucraini, certo. Ma siamo anche molto diversi dai russi. Siamo crimeani, ecco cosa siamo».

Il ponte sullo stretto di Kerch

Quando cala la sera a Sinferopoli, capitale della repubblica di Crimea, il buio pesto delle strade è riempito dal ronzio dei generatori elettrici. La corrente che arrivava dall’Ucraina – la penisola non è autosufficiente – è stata interrotta dai nazionalisti ucraini e Tatari lo scorso novembre, e mai ripristinata. Ma sullo stretto di Kerch che la separa dal resto della Russia, la costruzione del ponte procede ad alta velocità. È un progetto politico prima che ingegneristico, e ha l’imprimatur personale di Putin che gli mette le ali. Non è la stessa cosa per l’autostrada Kerch-Sinferopoli, i cui lavori non sono ancora iniziati. Putin si è lamentato pubblicamente durante la sua visita e ha anche aggiunto che se l’autostrada non sarà finita in tempo ci sarà un responsabile che sarà appeso. Non importa se nel centro della capitale ci sono strade non asfaltate e c’è gente che non ha l’acqua ai rubinetti. Il ponte e l’autostrada hanno priorità assoluta.

@daniloeliatweet

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