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Darya Klishina, nemica del popolo

L’atleta russa ha avuto il via libera dalla Federazione atletica internazionale, Iaaf, a partecipare alle Olimpiadi di Rio senza la bandiera russa. Il popolo non l’ha mandata giù e l’ha marchiata di tradimento.

Charles Platiau / Reuters

Quando il 10 luglio Darya Klishina ha scritto un post su Facebook per ringraziare l’Iaaf per averla ammessa ai Giochi olimpici in Brasile come atleta indipendente, non pensava che le sarebbe costato il marchio di traditrice e “nemica del popolo”.

Klishina ha fatto domanda all’Iaaf dopo l’esclusione in massa della squadra di atletica russa a seguito dello scandalo doping. Non è stata l’unica a farlo, ma finora solo lei e la specialista di mezzofondo Yulja Stepanova – l’atleta che con le sue rivelazioni ha fatto scoppiare lo scandalo “doping di Stato” in Russia – hanno ottenuto la dispensa, dopo che la federazione ha respinto 67 domande di altrettanti atleti russi.

La ragione addotta dall’Iaaf è che Klishina vive e si allena negli Stati Uniti, dove i controlli sul doping sono ritenuti più severi e affidabili di quelli svolti in Russia. Ma questo si è rivelato anche il peccato capitale che le è costato il marchio d’infamia.

Come i collaborazionisti di Hitler

Secondo quanto riportato dal quotidiano russo Argumenty y Fakty, il web non ha perdonato a Klishina di aver rinnegato la bandiera russa. Il suo post su Facebook ha raccolto molti like e apprezzamenti, ma anche tante reazioni di rabbia e commenti che l’accusano di aver tradito la sua Patria.

Il giornalista della Komsomolskaja Pravda, Dmitry Smirnov, si è spinto un po’ più in là. Dopo aver postato su Twitter un finto manifesto in cui invita ironicamente gli atleti russi a fare come Klishina –  «Prendete esempio da lei, per partecipare alle Olimpiadi basta liberarsi della bandiera russa. In fondo, cosa ha fatto per voi la Russia?» –, ha poi paragonato la saltatrice in lungo ai collaborazionisti dei nazisti in epoca sovietica. «Soldati russi! Cibo caldo, riposo e cure mediche vi aspettano da prigionieri tedeschi», ha twittato.

La colpa di Klishina non sembra tanto quella di aver deciso di competere senza il tricolore, quanto quella di poterlo fare perché residente in Usa. Qualcosa di difficilmente perdonabile nella nuova Russia di Putin.

Il portavoce del Comitato investigativo federale, la superprocura alle dirette dipendenze del Cremlino, ha insinuato che non sia un caso. «Stanno mettendo su una bella squadra. Stepanova, Klishina e Grigory Rodchenkov come allenatore», ha twittato riferendosi al fatto che anche Stepanova vive in America e che Rodchenkov – ex direttore del laboratorio di medicina sportiva – ha chiesto asilo in Usa dopo lo scandalo doping.

Klishina si è dovuta difendere. «Vorrei far notare che non sono andata a vivere e allenarmi in Usa un mese fa, ma tre anni fa. Perciò credo che sia sbagliato criticarmi e chiamarmi una traditrice», ha detto.

Non sembra che la giustificazione sia bastata.

@daniloeliatweet

 

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