Davvero Putin è il jolly delle presidenziali Usa?

Che Putin e Trump si piacciano lo si dice da tempo, e loro non hanno fatto niente per nasconderlo, anzi. Ora la scoperta degli hacker del Cremlino che s’intromettono nelle presidenziali Usa porta l’asse Trump-Mosca a un livello nuovo e inesplorato. Ma davvero Putin tira i fili della corsa alla Casa bianca?

Di carne al fuoco ce n’è. E quella che fino a poco fa poteva essere fantapolitica, oggi sembra terribilmente reale. Facciamo qualche passo indietro. Come ho scritto in tempi non sospetti su questa rubrica, che Vladimir Putin e Donald Trump si piacciono non è mai stato un segreto. L’endorsement del presidente russo al candidato repubblicano era arrivato già durante il discorso di fine anno scorso. Ma nel frattempo, gli sherpa del Cremlino stanno lavorando alacremente per favorirlo nella corsa alla Casa bianca.

Tutti i «russi» di Trump

Ma c’è di più. Con uno come Trump alla guida degli Usa, la Russia di Putin avrebbe tutto da guadagnare. Lo aveva detto lo stesso Trump ben prima che il caso esplodesse. «Ho sempre pensato che la Russia e gli Stati uniti dovrebbero lavorare insieme contro il terrorismo e per la pace nel mondo, senza contare gli scambi commerciali e tutti gli altri benefici che deriverebbero da un mutuo rispetto». Niente a che vedere col gelo della politica di Barack Obama che, con ogni probabilità, sarebbe proseguita da una Hillary Clinton alla Casa bianca.

Ma poi, andando a guardare i dettagli con più attenzione, si scoprono altre cose interessanti. Che il consigliere non ufficiale di Trump per gli affari esteri (nonché vice presidente in pectore) è Michael Flynn, un generale in pensione ed ex capo dell’intelligence militare dal 2012 al 2014. Flynn fa da tempo della collaborazione con la Russia il suo mantra, frequenta il canale di Stato russo in lingua inglese RT e, dopo aver dato le dimissioni dai servizi segreti un anno prima della fine del suo incarico senza spiegazioni, è stato fotografato a Mosca allo stesso tavolo di Putin durante il banchetto per festeggiare i 10 anni di RT.

Non basta. Perché il consigliere ufficiale per le questioni estere di Trump, Carter Page, è stato consulente di Gazprom, il gigante energetico di Stato che alimenta le casse del Cremlino, di cui per sua stessa ammissione possiede delle quote azionarie.

E non basta ancora. Perché il responsabile della campagna elettorale di Trump – una figura che si occupa anche di reperire i finanziamenti – è Paul Manafort che nel suo portfolio clienti ha Viktor Yanukovich, l’ex presidente ucraino rovesciato dalla Maidan, per cui è stato consulente nelle presidenziali vinte nel 2010.

The Siberian Candidate

Ancora troppo poco per parlare di «candidato del Cremlino»? Forse sì. Ma poi ci si è messo di mezzo l’hackeraggio delle email dei Democratici, che tutte le fonti più attendibili in campo di sicurezza informatica riconducono ai servizi segreti russi. Anzi, c’è di più, secondo qualcuno le due entità soprannominate dalla sicurezza informatica dei Democratici «Fancy Bear» e «Cozy Bear» potrebbero essere i due principali rami dell’intelligence di Putin, quella civile dell’Fsb e quella militare del Gru. Almeno per una fase dello spionaggio, sembra, i due ficcavano il naso nei computer dei Democratici all’insaputa persino l’uno dell’altro.

Possiamo dire senza esagerare che Putin sta facendo il tifo per Trump. Ma è poi vero che sta anche cercando di influenzare l’esito delle presidenziali americane? Forse significherebbe spingersi un po’ troppo in là. Ma questo non vuol dire che Putin, in fin dei conti, non stia diventando il jolly della lotta tra Trump e Hillary Clinton. Il suo nome è diventato una costante nei discorsi dei candidati e la sua presenza aleggia in modo evidente sulla campagna. Ma, dato la radicata diffidenza dell’elettorato americano per l’orso russo, non è detto che in definitiva giochi in favore di Trump.

Questo lo sanno gli hacker di Putin?

@daniloeliatweet

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