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Ecco come l’informazione diventa disinformazione

Un articolo scritto per il Kyiv Post cambia sensibilmente dalla stesura originale alla versione sulla carta stampata. Un titolo che tradisce il contenuto e un paio di frasi aggiunte ad arte. Il braccio di ferro per la verità con il caporedattore, le minacce di non essere pagato. La mia esperienza personale.

Photo: Kiyv Post's Frontpage
Photo: Kiyv Post's Frontpage


Oggi uso questo blog per raccontare un caso personale che mi è appena accaduto, ma non per ragioni personali. Lo faccio per mostrare dal di dentro come possa essere distorta l'informazione.  Ho scritto un articolo per il Kyiv Post, ne hanno fatto un pezzo di propaganda. Con la mia firma sotto.
Un’esperienza che mi ha dato l’ennesima conferma di come la guerra d’informazione che ruota attorno a quella fatta con le armi in Donbass abbia raggiunto livelli fuori controllo. Almeno, fuori dal controllo di chi quell’informazione la vuole fare con onestà intellettuale. E mi ha anche mostrato come nessuna delle due parti che si confrontano – media russi e ucraini, sia immune da una deriva propagandistica che fa a pugni con l’informazione.

 
Sofisma

Ho raccontato la storia di alcune giovani volontarie della Dnr. Sono ragazze ucraine – di Donetsk e Slovjansk – che, a torto o ragione, si sono arruolate nella milizia separatista. Ho raccontato le loro storie, ho scritto quello che mi hanno detto. Non le giudico, non spetta a me. Ho lasciato che il lettore si formasse una propria opinione leggendo le loro parole e le loro storie. È quello che in gergo si chiama una “human interest story”: racconta delle vite delle persone, non esprime la linea editoriale del giornale.

L’articolo, dato in lavorazione a un redattore del giornale, è uscito senza il mio ok sulla stesura finale. E con un titolo da far rizzare i capelli: “Le guerrigliere del Cremlino sono pronte a uccidere”. Sotto c’era la foto delle soldatesse armate. Faceva paura. All’interno dell’articolo, tra le prime righe, c’erano un paio di aggiunte che davano giusto quel tocco di sale in più che è sufficiente a capovolgere l’intera storia. Soprattutto tra i lettori che si fermano al titolo e ai primi capoversi (la stragrande maggioranza).
Il risultato finale era qualcosa di molto diverso dall’originale. Ho scritto immediatamente al giornale spiegando che le ragazze sono ucraine e chiamare in causa il Cremlino è fuorviante; non mi hanno mai detto di voler uccidere nessuno. Anzi, una di loro è addirittura un medico. Mi è stato risposto che era solo una mia opinione. Vero, peccato che si trattasse dell’opinione di chi quell’articolo l’ha scritto.

Ho allora chiesto di pubblicare una mia nota nel numero successivo, in cui prendevo le distanze dal titolo.
Hanno tolto dal titolo la parola “uccidere” nella versione online (quella stampata era già nelle edicole) e si sono rifiutati di pubblicare la mia nota. “Tutto quello che c’è nel titolo è vero”, mi ha detto il caporedattore. “I separatisti sono appoggiati dal Cremlino, quindi le soldatesse che hai intervistato combattono per il Cremlino. E chi si arruola nella milizia accetta implicitamente di uccidere”. Implicitamente. Ma un titolo non è implicito.

 

Rosolino è un pinguino

Il suo ragionamento mi ha riportato indietro agli anni del liceo e agli studi di filosofia, e al concetto di sofisma. Un sofisma è un ragionamento apparentemente corretto ma logicamente capzioso e fallace. Eccone un altro esempio: “I pinguini sono ottimi nuotatori. Massimiliano Rosolino è un ottimo nuotatore. Massimiliano Rosolino è un pinguino”.
Ho insistito con il caporedattore perché, pur rimanendo lui della sua idea, pubblicasse la nota con la mia idea. Del resto la firma sotto l’articolo è del sottoscritto. Mi è stato risposto che quella è la linea del giornale e che se avessi continuato con le mie pretese non mi avrebbe pagato.

Noi giornalisti non abbiamo quasi mai voce in capitolo sui titoli e spesso veniamo accusati di cose che sono fuori dal nostro controllo e rientrano in dinamiche editoriali a volte imperscrutabili, a volte – e questo è il caso – fin troppo chiare. Ecco come il mio articolo è diventato qualcosa che non riconosco più come mio.
Com’è finita la storia? L’articolo è oramai andato con quel titolo osceno e la mia firma, i commenti di odio di alcuni lettori dimostrano che il messaggio voluto dal caporedattore del Kyiv Post (non il mio) ha fatto centro, e la mia nota non è mai stata pubblicata. Ah, e io ho rifiutato di essere pagato per un lavoro di cui non vado fiero. La mia ricompensa, stavolta, è una lezione in più.

 
@daniloeliatweet

 

 

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