Gli attacchi di Parigi cambiano la posizione della Russia nella lotta all’Isis

Il G20 è arrivato con un tempismo perfetto dopo gli attentati di Parigi. O forse il contrario. Sta di fatto che Putin ha svolto il ruolo della primadonna e tutti i leader occidentali si sono dovuti adeguare. Così come alla sua politica in Siria.

Photo: Cem Oksuz/EP
Photo: Cem Oksuz/EP

C’è un’immagine che parla più di molte parole. Obama e Putin seduti faccia a faccia in un angolo della sala buffet del G20. Il presidente dello Stato che ha elevato le sanzioni più dure contro la Russia e quello fatto fuori dal G8 discutono per più di mezz’ora durante la pausa caffè. Parlano di Siria e Ucraina, riferiranno poi i loro consiglieri più stretti. Soli, mentre tutt’intorno risuona il chiacchiericcio del resto del mondo che conta.

Sarebbe successo ugualmente se il mondo non fosse stato sconvolto un paio di giorni prima dagli attacchi terroristici a Parigi? Forse no. E il mantra ripetuto da quasi tutti i leader occidentali ad Antalya – combattere uniti contro l’Isis – non avrebbe riecheggiato così forte nelle sale del G20.

Non dimentichiamo l’Ucraina

Era inevitabile. Come ho già scritto in passato, la Russia non può fare la propria guerra in Siria senza l’aiuto della coalizione occidentale; ma, allo stesso tempo, Usa ed Europa non hanno altra scelta che fare i conti con la Russia nella lotta allo Stato islamico.

Se fino a poco fa la Russia ha scelto di non ostacolare l’azione alleata contro l’Isis senza aderire apertamente a un’azione alleata a guida statunitense –  che ha tra gli obiettivi il rovesciamento del regime di Assad, legato a doppio filo a Mosca – con l’intervento diretto in Siria le cose sono cambiate.

E dopo gli attentati di Parigi, con la retorica dell’unione mondiale contro il nemico comune, le cose sono cambiate ancora.

Le ragioni però della resistenza occidentale – be’, di una parte dell’Occidente, una parte cui non appartiene l’Italia, da sempre favorevole al riavvicinamento con la Russia – non sono venute meno con in morti di venerdì sera.

Obama e Putin in quella mezz’ora hanno parlato di Siria e Ucraina. Non basta dimenticarsi della guerra in Ucraina per farla finire. Nelle stesse ore in cui gli occhi del mondo erano su Parigi almeno sei soldati ucraini sono morti nel riaccendersi di scontri lungo la linea di frizione con i separatisti, e lo stato maggiore di Kiev ha minacciato di riportare al fronte l’artiglieria pesante, ritirata dopo gli accordi di Minsk-2.

L’accostamento dei due Paesi non è casuale.

Differenze tattiche

Per l’America – e anche per l’Europa – è necessario superare le divergenze sull’Ucraina per poter operare insieme in Siria. Ma la necessità di fare fronte comune contro il terrore – e anche più cinicamente di evitare di pestarsi i piedi a vicenda in Siria – non deve essere l’ombrello dietro cui nascondere e far dimenticare l’invasione della Crimea e l’intervento nella guerra del Donbass. Né può e deve essere solo il tempo a sanare la condotta di Mosca, finché non saranno veramente riparati i danni causati o pagate in pieno le colpe.

“Gli obiettivi strategici della lotta all’Isis sono molto simili”, ha detto il consigliere per gli affari esteri di Putin, Yuri Ushakov, subito dopo il colloquio con Obama. “Ma le differenze di tattica rimangono”. Ecco, oltre le differenze di tattica in Siria dovrebbero rimanere sul tavolo anche i nodi insoluti in Ucraina.

Purtroppo, invece, l’emozione dei morti di Parigi può servire anche a farli mettere in secondo piano.

@daniloeliatweet

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