La più grande inchiesta sulla mafia russa in Europa è spagnola. Un rapporto di quasi 500 pagine riassume più di dieci anni di indagine. Tra ministri e vice primi ministri, i collegamenti tra Stato e mafia. E il nome di Putin spunta tre volte.

I giudici Juan Carrau e Jose Grinda hanno inviato alla corte centrale spagnola la relazione più dettagliata mai scritta sulle attività della mafia russa all’estero. Migliaia di telefonate intercettate, transazioni bancarie passate allo scanner, proprietà e assetti scandagliati. Alla fine delle 448 pagine emergono i collegamenti tra alte cariche dello stato e membri della banda di Tambov, il clan mafioso prosperato nella San Pietroburgo degli anni 90, quando Putin era vicesindaco della città. E lo stesso presidente russo è più volte citato nelle intercettazioni. Ora, la magistratura spagnola ha chiesto per i 27 imputati un totale di 148 anni di carcere e 2,5 milioni di euro di multa.


LEGGI ANCHE : L'incontro Trump-Putin e le altre notizie dal mondo


La cupola

Secondo il rapporto, il capo della cupola è Gennady Petrov, uomo d’affari che ha casa in Spagna vicino alla sorella del re Juan Carlos. Lo sponsor di Petrov sarebbe Vladislav Reznik, membro del partito di Putin, Russia unita, e vicecapo del comitato per le finanze della Duma. “L’organizzazione criminale capeggiata da Petrov è riuscita a penetrare nelle strutture dello stato in Russia non solo grazie all’aiuto di Reznik ma anche a quello di diversi ministri”, scrivono i giudici.

La sua rete a Mosca lega a doppio filo Viktor Zubkov, ex primo ministro e attuale presidente di Gazprom, e suo genero Anatoly Serdyukov, ex ministro della Difesa e attuale direttore del colosso militare Rostec. E arriva fino al vice primo ministro Dmitry Kozak e al capo del potente Comitato investigativo centrale, Aleksandr Bastrykin, che risponde direttamente a Putin.

Cablo

E infatti, nelle intercettazioni dei magistrati spagnoli il nome del presidente russo compare tre volte, anche nelle conversazioni tra affiliati al clan di Tambov. Un cablogramma segreto, diffuso da Wikileaks, inviato a Washington dall’ambasciata americana a Madrid dopo l’incontro del Gruppo di esperti spagnoli e americani sull’antiterrorismo e il crimine organizzato, rivela altri dettagli.  Il giudice Grinda ritiene che la Russia sia “uno stato mafioso virtuale, in cui è impossibile distinguere le attività del governo da quelle delle organizzazioni criminali”. Grinda inoltre fa riferimento alla tesi di Aleksandr Livtinenko, l’agente dell’Fsb ucciso a Londra da una dose di polonio nel 2006, secondo cui “i servizi segreti russi controllano la mafia. L’Fsb sta assorbendo la mafia, uccidendo i boss che non si vogliono piegare oppure mettendoli in carcere per non averli come concorrenti”.

Gli addetti dell’ambasciata americana concludono che le rivelazioni di Grinda sono preziose, data la sua profonda conoscenza delle mafie eurasiatiche e il suo ruolo chiave negli sforzi pionieristici della Spagna in questo campo”.

I giudici spagnoli hanno più volte inviato informative agli altri Paesi europei, mettendoli in guardia sul pericolo di infiltrazioni. Il nostro Paese non ha ragione di ritenersi fuori pericolo. “L’Italia è uno dei territori in cui le organizzazioni criminali russe effettuano l’investimento di ingenti capitali in campo immobiliare, finanziario e imprenditoriale”, ha detto tempo fa il sostituto procuratore nazionale antimafia, Diana De Martino. Ma l’Italia, forse alle prese con le proprie mafie, non ha ancora affrontato il problema con lo stesso rigore.

@daniloeliatweet

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE