Guerra fredda - parte seconda: i 5 motivi per cui presto potrebbe avere senso parlarne

Obama ha paragonato la Russia a ebola e Isis come pericolo globale mentre Kerry ha chiesto ai Paesi Nato di aumentare il budget militare per contrastare la minaccia da Est. La cortina di ferro è caduta e difficilmente risorgerà, ma i toni farebbero pensare il contrario.  


 Elkin/The Moscow Times

Le ragioni per cui non ha senso parlare oggi di una nuova Guerra fredda sono un mantra tra gli analisti almeno nella stessa misura in cui il cliché piace tanto a noi giornalisti. Gli argomenti degli esperti, che ho riassunto nei cinque motivi della prima parte di questo post, sono decisamente più ragionevoli di ogni parallelo con la cortina di ferro e aiutano davvero a capire lo stato attuale delle relazioni tra la Russia di Putin e l’Occidente, Stati uniti in testa. Ci sono però delle considerazioni che si possono fare. Innanzitutto, chi tira in ballo una nuova Guerra fredda lo fa spesso richiamando l’atteggiamento russo verso i partner occidentali. Ma qual è esattamente quello occidentale nei confronti della Russia? E poi, i cinque motivi scattano un’istantanea dei rapporti internazionali che, come ogni fotografia, potrebbe non cogliere alcuni aspetti in divenire. Se, com’è vero, la Russia di oggi non è quella di ieri, come sarà quella di domani? E allora proviamo a rivederli i cinque motivi da un’altra prospettiva.

 

1. È vero che la Russia di oggi è una potenza regionale e non una superpotenza globale come lo era l’Urss ai tempi della Guerra fredda. È però altrettanto vero che è una potenza in ascesa. Se fino a tutt’oggi Mosca non è realmente in grado di mettere in discussione l’egemonia (pur in declino) degli Usa, è sicuramente capace di impensierirne la leadership. Non si spiegherebbero altrimenti le recenti parole di Obama che ha messo la Russia allo stesso livello dell’Isis e dell’ebola nella scala dei pericoli mondiali. Se non è (ancora) una potenza mondiale, perché gli Usa si sentono minacciati?

2. La contrapposizione ideologica che divideva il mondo in due blocchi è morta col Ventesimo secolo. La Russia di Putin non è portatrice di alcuna alternativa ideologica alla democrazia di stampo occidentale basata sul libero mercato. Eppure, anche non volendo promuovere il putinismo a ideologia, qualcosa si sta muovendo rispetto agli anni post sovietici. Il vuoto lasciato negli anni 90 dalla morte del marxismo-leninismo non è più così vuoto. La retorica patriottica, il richiamo ai cosiddetti valori tradizionali, la pervasiva presenza della chiesa ortodossa, il recupero delle grandi conquiste sovietiche, non sono aspetti slegati tra loro. Lo storico senso di incomprensione che da sempre affligge ogni russo ha smesso di alimentare un complesso di inferiorità nei confronti dell’Occidente e, grazie a un rinato orgoglio nazionale, dà vita a una sorta di “eccezionalismo russo” contrapposto a quello americano. È come se la Russia, con la sua democrazia guidata, con la chiusura verso gli omosessuali in favore della famiglia tradizionale, con la limitazione delle libertà individuali in cambio di sicurezza e salari più alti e con il rifiuto del laicismo dei Paesi più evoluti, stia indicando una forma alternativa alle democrazie occidentali.

3. Il revanscismo russo è limitato a una scala regionale. Eppure la guerra in Ossezia del sud nel 2008 e l’annessione della Crimea nel 2014 hanno avuto ripercussioni ben oltre la sfera regionale. La Nato, che sembrava aver perso ogni ragion d’essere proprio con la fine della Guerra fredda e lo scioglimento del Patto di Varsavia, si trova ad avere oggi nuova benzina. I Paesi membri, che non dovrebbero sentirsi minacciati dalla Russia, chiedono all’organizzazione atlantica maggiore capacità d’azione. Sette membri guidati dalla Gran Bretagna hanno dato vita a una forza di intervento rapido proprio nel mezzo della guerra in Ucraina, mentre il segretario di Stato americano, Kerry, ha spinto i partner ad aumentare la spesa militare nella Nato definendo la situazione in Ucraina un “campanello d’allarme”. Ma qual è il nemico numero uno della Nato?

4. Il bilancio economico russo poggia sull’export energetico a ovest. Questa situazione è però molto simile a quella dell’Urss, almeno a partire dagli anni 60-70, quando gas e petrolio erano ceduti in cambio della valuta straniera che teneva in piedi l’economia sovietica. Il rischio che corre la Russia in caso di un forte calo del prezzo del petrolio è simile a quello che, secondo alcuni analisti, ha accelerato il crollo dell’Urss. Ma la dipendenza sovietica dal contante straniero non ha impedito il prolungarsi della Guerra fredda fino ai giorni della perestrojka. Perché dovrebbe farlo oggi?

5. L’isolamento internazionale che caratterizzava l’Urss comporterebbe un grave danno per la Russia. Ma dire che il mondo del 2014 non è quello degli anni 60 del Nnovecento vale anche a dire che non è più diviso in due blocchi compatti. Un mondo multipolare significa molteplici assetti possibili per un grande attore come la Russia. Basti pensare che nessuno dei Brics è membro della nato e, nel migliore dei casi, solo un tiepido alleato degli Usa nelle questioni internazionali. Il recente accordo per la vendita di gas alla Cina, che non è certo un caloroso partner della Russia, è emblematico. E chi lo ha detto che uno spostamento verso l’Asia equivalga a isolamento?

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