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Il candidato del Cremlino alla Casa Bianca

Dall’endorsement a Trump alle intrusioni degli hacker del Cremlino nella campagna elettorale, l’interesse russo per le presidenziali Usa è tutto un crescendo. Fino al punto di far temere il peggio.

photo credits: Getty images

Quelli che hanno preso la minaccia più sul serio sono stati gli esperti informatici dell’Fbi. La Cyber division dell’ente federale di investigazioni ha diramato un flash alert riservato (con codice TLP ambra) su un’intrusione e una tentata intrusione nei sistemi informatici delle commissioni elettorali di due diversi Stati. Anche se nessuno degli indirizzi Ip segnalati dall’Fbi conduce in Russia, il pensiero corre subito all’hackeraggio dei server del comitato dei Democratici lo scorso luglio. In quell’occasione due entità soprannominate dalla sicurezza dei Democratici «Fancy Bear» e «Cozy Bear» (che secondo la società informatica CrowdStrike chiamata a bloccare l’intrusione sono riconducibili ai due principali rami dell’intelligence di Putin, quella civile dell’Fsb e quella militare del Gru), hanno ficcato il naso nei computer del partito di Hillary Clinton per almeno un anno all’insaputa persino l’uno dell’altro.

Il timore prospettato dall’Fbi è ora a un livello ben più alto: che hacker intenzionati a manipolare o sabotare le presidenziali di novembre possano intromettersi nel complesso sistema informatico elettorale. E tutti gli occhi sono puntati sulla Russia.

Il piano segreto russo per sabotare le elezioni americane

Dopo i recenti attacchi informatici l’Intelligence nazionale americana, Dni, ha aperto un’indagine su un’ipotetica operazione segreta della Russia per sabotare le elezioni di novembre, secondo quanto riportato dal Washington Post. Lo scopo dell’indagine è di capire la portata e gli obiettivi della campagna di disinformazione russa, comprese le azioni di cyberspionaggio e hackeraggio delle elezioni. «È qualcosa che preoccupa la Dni e che stiamo seguendo da vicino», ha detto James R. Clapper Jr., direttore dell’Intelligence.

L’alert dell’Fbi alle commissioni elettorali nazionali mette in guardia dal rischio di un moltiplicarsi di attacchi alle strutture informatiche durante l’Election day. Si tratta del processo di voto elettronico in molte contee, della registrazione degli elettori, delle liste elettorali, della trasmissione dei dati agli uffici centrali e di tutti i siti internet legati alle elezioni. La natura decentralizzata del sistema di voto in America, gestita a livello dei singoli Stati e contee, rende impossibile assicurare un alto livello di sicurezza in ogni distretto, secondo gli esperti sentiti dal Washington Post. In particolare c’è preoccupazione per il voto dall’estero che viaggia su reti ritenute vulnerabili prima di approdare negli Stati Uniti.

Nell’ottica di una serie di cyber attacchi al sistema elettorale è improbabile che l’obiettivo russo possa essere quello di favorire un candidato, ossia Trump. È più probabile che sia solo una parte di una strategia più complessa, una sorta di piano B nel caso in cui vinca Clinton per sabotare l’intero processo, spargere caos e gettare sull’esito del voto l’ombra di brogli e irregolarità.

Insomma, un modo per portare al Cremlino un risultato anche nell’ipotesi (al momento più probabile) in cui non dovesse vincere Trump.

Il candidato del Cremlino

Non è un segreto che Donald Trump piaccia a Putin, e viceversa. Anzi, il presidente russo è stato uno dei primi personaggi internazionali a dare il proprio endorsement al candidato repubblicano, durante il discorso di fine anno. «È un personaggio sopra le righe, dal grande talento», ha detto di lui Putin. «È il leader assoluto della corsa presidenziale. E dice di voler portare le relazioni con la Russia a un nuovo livello, più profondo. Come potremmo non rallegrarci di questo?»

Trump ha ricambiato in più occasioni, come quando ha svelato anticipazioni su quella che potrebbe essere la sua politica estera: «Putin ha detto che sono un uomo brillante, e questo prova un certo acume. Lui odia Obama, e Obama odia lui. Io invece andrò molto d’accordo con lui».

Ci dev’essere lo zampino del consigliere non ufficiale di Trump per gli affari esteri (nonché vice presidente in pectore), Michael Flynn. Flynn, generale in pensione ed ex capo dell’intelligence militare dal 2012 al 2014 fa da tempo della collaborazione con la Russia il suo mantra, frequenta il canale di Stato russo in lingua inglese RT e, dopo aver dato le dimissioni dai servizi segreti un anno prima della fine del suo incarico senza spiegazioni, è stato fotografato a Mosca allo stesso tavolo di Putin durante il banchetto per festeggiare i 10 anni di RT. Per non parlare di Carter Page, consigliere ufficiale per le questioni estere di Trump, che è stato consulente di Gazprom, il gigante energetico di Stato che alimenta le casse del Cremlino, di cui per sua stessa ammissione possiede delle quote azionarie. E di Paul Manafort, fino allo scorso mese responsabile della campagna elettorale di Trump, finché non è stato costretto a dare le dimissioni dopo che si è scoperto il suo ruolo come spin doctor di Viktor Yanukovich, l’ex presidente ucraino rovesciato dalla Maidan, per cui è stato consulente nelle presidenziali vinte nel 2010.

@daniloeliatweet

 

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