Il Consiglio d’Europa condanna l’Ucraina per la strage di Odessa

Il Consiglio d’Europa ha pubblicato ieri un rapporto molto severo sulle indagini delle autorità ucraine sulle violenze che il 2 maggio 2014 portarono alla morte di 48 persone nell’incendio della Casa dei sindacati di Odessa. Una delle pagine più nere del dopo Maidan resta oscura e i colpevoli impuniti.

Una premessa necessaria. La tragedia di Odessa paga lo scotto di essere stata strumentalizzata già da quando i suoi morti erano ancora caldi. Tirata da un parte e dall’altra da pro e anti Maidan, anche di casa nostra, ha finito per diventare un argomento ideologico. Una bandiera. La stampa filorussa tira fuori i 48 morti a ogni occasione utile per attaccare Maidan e governo di Kiev; quella filoucraina li ha quasi dimenticati all’ombra della “centuria celeste”, gli oltre cento morti della Maidan. A ognuno i suoi martiri.

Ma la memoria delle vittime di quella tremenda giornata di maggio merita un racconto serio e non ideologizzato. E un’indagine capace di trovare i responsabili – tutti i responsabili – sia da una parte che dall’altra.

La pubblicazione ieri del rapporto del Consiglio d’Europa è un segno in questa direzione.

Nessun responsabile

Il gruppo di consulenti internazionali che supervisiona le indagini sugli avvenimenti del periodo di Euromaidan non fa sconti alle autorità ucraine.

“Il gruppo ritiene che le indagini non soddisfino i requisiti della Convenzione europea sui diritti umani”, scrivono i consulenti nel rapporto. “Le indagini hanno incontrato numerosi ostacoli, che però non possono giustificare le mancanze che non dipendono direttamente da essi. Come la mancanza di indipendenza degli investigatori. Date le prove della complicità della polizia nei disordini di massa del 2 maggio 2014 e la dipendenza del reparto investigativo dal ministero dell’Interno, le indagini avrebbero dovuto essere condotte da un organismo indipendente dal ministero”.

Dietro un linguaggio un po’ burocratico, si nasconde il grande problema di queste indagini. C’è ancora troppa gente che non vuole far emergere la verità.

Le autorità ucraine hanno avviato tre diverse indagini. Una sulla condotta della polizia, una sui disordini e gli scontri di strada che portarono all’incendio della Casa dei sindacati, e un’altra sulla condotta dei soccorsi durante l’incendio. Ma finora, tra archiviazioni per mancanza di prove, ricusazioni di giudici e rinvii continui, tra i 21 imputati non c’è nessun condannato.

Gruppo 2 maggio

Dopo 88 pagine di vergognose inadempienze, incapacità e lungaggini della magistratura ucraina, lo stesso gruppo che ha redatto il rapporto scrive una paginetta quasi insignificante. È la penultima. È il riassunto delle investigazioni del Gruppo 2 maggio, un comitato spontaneo di giornalisti, attivisti ed esperti che si batte per la verità. E che nel frattempo ha condotto un’indagine indipendente. Da cui emerge una grande responsabilità della polizia e dei soccorsi.

Il 2 maggio si scontrano in città manifestanti filoucraini e filorussi. Si vedono civili armati e a volto coperto tra le file della polizia. Qualcuno spara, c’è almeno un morto tra gli ucraini. Parte la vendetta. Viene dato l’assalto all’accampamento dei manifestanti filorussi che sono lì da mesi. In molti si rifugiano nella vicina Casa dei sindacati. Da fuori comincia un lungo e fitto lancio di molotov. La polizia non fa niente. Il palazzo va in fiamme, qualcuno si getta dalle finestre, altri muoiono bruciati o soffocati. La caserma dei vigili del fuoco è a 400 metri, ma i soccorsi arrivano dopo 45 minuti.

Le ricostruzioni sono state faziose da entrambe le parti. È ridicolo pensare che i filorussi si siano dati fuoco da soli: ci sono numerosi e incontrovertibili video (oltre che di testimonianze) del lancio di molotov. È altrettanto ridicolo pensare a un pogrom pianificato in anticipo: nessuno poteva prevedere il rifugio nella Casa dei sindacati. Il risultato, certificato dal Consiglio d’Europa, è che i morti di Odessa non riposano ancora in pace. Non hanno avuto una giustizia, mentre il loro ricordo è ancora usato per alimentare altro odio.

@daniloeliatweet

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