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Il day after la marcia per Nemtsov

Il giorno dopo la grande marcia in memoria di Boris Nemtsov, cosa è cambiato? In pochi davvero si aspettavano una folla così grande per le strade di Mosca, e un’opposizione così aperta e diretta nei confronti di Putin. Ma poi?

È stata una sorpresa per tutti gli osservatori. Un folla compatta come non si vedeva da anni, manifestare apertamente contro il presidente dall’87% di consensi. L’indiscusso, l’inopinabile. L’uomo che incarna la Russia e in cui la Russia si riconosce.

Avrebbe dovuto essere la marcia per il primo giorno di primavera. I sostenitori della causa ucraina avevano organizzato per lo stesso giorno manifestazioni per chiedere la liberazione di Nadiya Savchenko, la pilota di elicotteri ucraina detenuta dall’estate in Russia senza processo. È stata anche tutto questo, insieme a un grande punto di domanda rivolto direttamente a Putin.

È stato un bello spettacolo, ma dopo? Servirà a cambiare qualcosa in Russia? Forse sì, in peggio.

Mosche

È piuttosto improbabile che l’ordine di ammazzare Boris Nemtsov sia partito da dentro le mura del Cremlino. Anche se la sua morte allunga la scia di sangue che unisce le morti di chi si è opposto al potere negli ultimi quindici anni – vale a dire dall’ascesa di Putin nel 2000 –, oggi non giova a nessuno. Nemtsov era un figura di primo piano dell’opposizione, è vero. Ma l’opposizione oggi in Russia è alle corde. Non fa paura al potere, non lo insidia. L’opposizione oggi è come un nugolo di mosche che tutt’al più dà un po’ di fastidio. E non si spara alle mosche.

Alle ultime parlamentari a cui aveva potuto partecipare, il suo partito aveva preso il 4% senza nemmeno superare la soglia di sbarramento del 5%. Poi, il nuovo partito fondato insieme a Garry Kasparov, Solidarnost, semplicemente è stato tenuto fuori dalle elezioni con pretestuosi cavilli della commissione elettorale. Non c’era bisogno di ammazzarlo. Come altre figure ancora più note di lui all’estero, penso allo stesso Kasparov, o ad Aleksey Navalny, anche Nemtsov era ridotto a una marginale innocuità nella vita politica russa.

Chi può allora aver avuto interesse a farlo fuori? Sgombriamo per atto di fede il campo dalle ipotesi complottiste – quantomeno perché le più accreditate da Dmitry Kiselyov, un uomo e una garanzia, sul primo canale nazionale – secondo cui sarebbe stato ucciso dalla Cia per dare la colpa a Putin. Il luogo è un messaggio, a pochi metri dal Cremlino, nel cuore del cuore di Mosca: ricorda le teste mozzate recapitate sui vassoi d’argento come segno d’omaggio a re e tiranni. Non sono in molti che potrebbero aver voluto fare un tale regalo allo zar, e forse li potremmo ritrovare dalle parti di Grozny.

 

Chi tocca muore

Anche se non voluto dal Cremlino, il messaggio della sua morte è chiaro: chi tocca Putin, muore. E funziona. Ha funzionato con l’omicidio di Sergei Yuchenkov nel 2003. Ha funzionato con l’omicidio di Anna Politkovskaja nel 2006. E ha funzionato con l’omicidio di Aleksandr Livtinenko, sempre nel 2006. Guarda caso, tutti e tre molto critici nei confronti del regime di Grozny. Come Nemtsov.

E come dopo Yuchenkov, Politkovskaja e Livtinenko, anche dopo Nemtsov se le cose in Russia cambieranno, cambieranno in peggio. La struttura oscurantista che attanaglia il Paese – quel misto di nazionalismo viscerale, compressione delle libertà, indiscutibilità del potere e apatia della società, costruita soprattutto nell’ultimo mandato di Putin – saprà come fagocitare la morte di Nemtsov, portarla su uno sfondo sfocato, se non addirittura rigirarla a proprio vantaggio.

Solo una cosa, forse, potrà non renderla un morte inutile. La presa di coscienza, se mai ci sarà, da parte dei partner occidentali della nuova faccia del putinismo, non più un uomo ma un sistema. E se questo servirà a prenderne le misure per capire se e come dialogarci. Ma è qualcosa di cui i russi difficilmente si accorgeranno.

@daniloeliatweet

 

 

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