Ora che sono passate alcune settimane dal diniego ufficiale d’ingresso nella “Repubblica popolare di Donetsk” è il momento di raccontare l’episodio, che offre uno spaccato della censura che l’informazione subisce nei territori ucraini sotto il controllo dei separatisti filorussi

Manifestazione per il quarto anniversaio dell'autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, 7 aprile 2018. REUTERS/Alexander Ermochenko
Manifestazione per il quarto anniversaio dell'autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, 7 aprile 2018. REUTERS/Alexander Ermochenko

 «Buongiorno, la sua domanda di accredito nella Dnr è stata negata». Non si può dire che a Donetsk siano generosi di spiegazioni. Anche se, su mia richiesta, qualcosa in più mi è stato detto: «Secondo le regole adottate a dicembre 2017, i giornalisti hanno bisogno di avere l’approvazione di due strutture: il ministero degli Affari esteri e il ministero per la Sicurezza dello Stato. Lei non ha ricevuto il nulla osta di una di queste due strutture». E poi, il silenzio. Niente possibilità d’appello, nessuna motivazione.


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Il mio non è un caso isolato. So di molti colleghi che negli ultimi tempi hanno visto sbattersi in faccia la porta dalle cosiddette autorità della Dnr. Non era stato così per tutte le volte precedenti che ero stato a Donetsk. Ma le cose stanno cambiando. E infatti, a dirla tutta, non mi facevo illusioni al momento della mia ultima richiesta. Del resto, ero stato proprio io a raccontare, più di un anno fa, come a Donetsk i giornalisti stranieri vengono divisi in amici e nemici.

Tutto passa per le mani di un finlandese, Janus Putkonen. È lui che dà i voti, che segnala i giornalisti ben accetti e quelli da mettere alla porta. Lo fa attraverso una sedicente agenzia stampa, da lui stesso fondata, e che impiega giornalisti da diversi Paesi d’Europa tra cui l’Italia. Putkonenche si è trasferito a Donetsk per svolgere la sua missione, vaglia i giornalisti stranieri che chiedono l’accredito al press center della Dnr, scrive report su di loro, cura la linea dell’informazione della “repubblica”, e riferisce tutto diligentemente al “ministero dell’Informazione”.

Insieme a lui lavora un team internazionale di “volontari”, compreso un ex agente della CiaDavid “Dave” Simpson, che dichiara espressamente di prendere ordini da un ufficiale di Mosca, Roman Manekin. Quest’ultimo scrive sulla sua pagina VK - il Facebook russo - di lavorare per l’ufficio stampa del ministero degli Esteri della Federazione russa.

Il loro lavoro è stato messo a nudo da 1500 email trafugate dal computer di Tatiana Egorova, analista del «ministero dell’Informazione» della Dnr.

Le email contengono un’enorme quantità di allegati, relativi soprattutto allo scambio di informazioni tra Egorova e il press center dove i giornalisti arrivati a Donetsk devono accreditarsi. Migliaia di copie di passaporti e documenti personali. Ma tra questi compaiono anche dei file Excel compilati da Putkonen, con i nomi dei giornalisti «amici» e «nemici». Un triage basato sui codici colore che vanno dal rosso, per i giornalisti a cui non dare l’accredito («russofobo», o «al servizio della Nato»), al verde per quelli ritenuti utili alla causa («buon amico»), passando per il giallo («così così»), al bianco («neutrale»).

I file si sono rivelati autentici. I dati contenuti corrispondono a quelli forniti da molti giornalisti che hanno lavorato nella Dnr, compreso me.

Putkonen è molto attivo nel confezionare la narrativa della Dnr per farla arrivare sui canali occidentali, con l’aiuto dei giornalisti amici. Sconsiglia vivamente di far entrare la troupe della Bbc e i più autorevoli reporter stranieri, dà il suo benestare a tutta una serie di freelance di provata fedeltà. L’Italia è uno dei canali usati per far uscire la “controverità” dalle repubbliche separatiste.

Igiornalisti italiani presenti nella lista sono quasi tutti contrassegnati come "neutrali". L’unico classificato con il colore verde è un freelance che scrive per la rivista di geopolitica Limes e per il sito antiatlantista L’antidiplomatico. Il suggerimento di Putkonen al ministero dell’Informazione è di tenerlo in conto: «Un buon giornalista, incontratevi con lui».

Con il codice giallo è invece contrassegnato un inviato di Repubblica: «Possiamo rischiare. Ha fatto un’intervista con [il ministro degli Interni ucraino Arsen] Avakov», scrive Putkonen.

Il codice giallo è stato assegnato invece ad altri reporter che in varie fasi del conflitto hanno visitato Donetsk. Su alcuni Putkonen riferisice a Egorova anche il parere di Vittorio Nicola Rangeloni, un giovane italiano che si è unito alla Dnr come reporter volontario e che collabora con la sua agenzia.

Ma c'è anche un altro italiano che in un'email segnala alcuni connazionali: Angelo Mandaglio è di casa a Donetsk, dove viene presentato a Egorova da Putkonen come partner della sua agenzia. Da lì scrive reportage per siti come Saker Italia e il blog Byoblu di Claudio Messora, ex responsabile della Comunicazione del Gruppo Parlamentare del Movimento 5 Stelle.

Una rete informativa, insomma, il cui unico interesse e filtrare il giornalisti poco accondiscendenti con la “causa separatista”.

Io non ho avuto il privilegio di sapere chi – se qualcuno – tra questi ha puntato il pollice verso alla mia domanda. Non mi è difficile però immaginarne le ragioni. 

@daniloeliatweet

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