Il Veneto “riconosce” la Crimea russa. Chi riconosce il Veneto?

Il consiglio regionale del Veneto ha votato una risoluzione che mette i governanti della regione sullo stesso piano dei peggiori dittatori del mondo. Roba di cui non andare fieri.

Photo credits Danilo Elia

Il Veneto è in buona compagnia da oggi. Insieme alla Corea del Nord di Kim Jong-un, alla Siria di Bashar al-Assad e allo Zimbabwe di Robert Mugabe, il Veneto di Luca Zaia ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea. La risoluzione, votata dai 27 consiglieri della Lega, è nello stesso tempo qualcosa di molto di più e molto di meno di un atto politico. Lo si capisce chiaramente dalle parole del suo promotore, Stefano Valdegamberi. «È giunto il momento di dire basta alle sanzioni, assurde, ingiuste e inefficaci» ha detto il consigliere della Lista Zaia, «sanzioni a cui Mosca ha reagito con un embargo che sta provocando danni gravissimi all’economia veneta». La Crimea e i crimeani, insomma, non c’entrano niente. È tutta questione di schèi.

Un atto senza valore

La notizia ha fatto il giro dei media russi e ucraini, facendo gongolare i primi e incazzare i secondi. Da RT a Ria Novosti, all’agenzia di stampa Tass, la notizia del “riconoscimento” è rotolata come una palla di neve lungo un pendio. Fino a diventare valanga. Fino al portavoce del ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha definito la risoluzione «un altro segno che la politica delle sanzioni contro la Russia è in un vicolo cieco».

Il documento votato dal consiglio regionale è, naturalmente, privo di alcun valore legale. Si tratta di una risoluzione di principi per «promuovere la costituzione di un comitato contro le sanzioni alla Russia, per il riconoscimento del diritto di autodeterminazione della Crimea e per la difesa delle produzioni venete». Un atto che non ha alcun potere di cambiare la politica estera dell’Italia né in alcun modo dare legittimazione all’occupazione russa della penisola ucraina. Ma che la dice lunga però sulla considerazione che i consiglieri regionali hanno della popolazione stessa della Crimea. La penisola finisce infatti solo sullo sfondo dei rapporti commerciali con la Russia. Le sanzioni europee, le controsanzioni russe, gli interessi economici e quelli politici sono argomenti che sarebbero validi a Pyongyang o Damasco. Fa male vedere che lo siano anche a Venezia

Autodeterminazione fai da te

Quando parlano di autodeterminazione della Crimea, infatti, bisognerebbe ricordare ai consiglieri veneti che il “referendum” è stato lo schiaffo più sonoro in faccia ai sostenitori dell’autodeterminazione dei popoli. È stato una caricatura della democrazia, in cui si sono riuscite a violare tutte le regole possibili in una votazione, persino quelle del buonsenso.  Ha avuto luogo con un preavviso di 10 giorni, senza una corretta campagna o dibattito pubblico, con i leader politici ucraini che non hanno potuto visitare la Crimea e, soprattutto, durante un’occupazione militare russa.

È stata una festa, dicono. E infatti, proprio come a una festa di paese c’erano folle di elettori che andavano avanti e indietro nei seggi con la scheda aperta in mano, schede non piegate e lasciate cadere in urne trasparenti, a volte da bambini felici e istruzioni di voto… su come votare sì.

E poi, i quesiti sulle schede. Le due opzioni erano: 1. “Sei a favore di unificare Crimea con la Russia come parte della Federazione russa?” 2. “Sei a favore del ripristino della costituzione del 1992 e dello status di Crimea come parte dell’Ucraina?”. La seconda domanda era un po’ difficile: la costituzione del 1992 fu adottata dopo il crollo dell’Urss e subito annullata da Kiev perché dava alla Crimea lo status di entità indipendente.
Le persone che hanno voluto esprimere la volontà di continuare a far parte dell’Ucraina hanno potuto scegliere solo tra diventare parte della Russia subito o un po’ più in là.

Forse è quello che vogliono anche in Veneto.

@daniloeliatweet

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