In Crimea, tra omicidi e rapimenti

Gravi e ripetute violazioni dei diritti umani, persecuzioni delle minoranze tatara e ucraina, intimidazioni a giornalisti e attivisti, limitazione della libertà di religione. Secondo il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, la Crimea del dopo annessione è un inferno delle libertà.

Photo:Anadol AiansPhoto:Anadol Aians

Nils Muižnieks, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, è un lettone naturalizzato americano. Probabilmente per qualcuno non c’è niente di più antirusso di un baltico con formazione e mentalità statunitensi. Mi sembra già di sentirlo dire. Muižnieks è stato in missione in Crimea agli inizi di settembre, ha incontrato leader politici e alti funzionari locali come il neopresidente Sergej Aksionov e la bella procuratrice generale Natalia Poklonskaja; ma anche rappresentanti della comunità locale dei Tatari, attivisti e giornalisti. Quando gli ho chiesto di riassumere la situazione che ha trovato in Crimea, non ha usato giri di parole: “Ho ricevuto rapporti di almeno due omicidi e cinque rapimenti a sfondo politico, senza contare intimidazioni, persecuzioni e aggressioni”.  È qui che dev’essere venuto fuori il pragmatismo anglosassone

 Morire per Facebook

Devo provarci anch’io. Le parole “violazioni dei diritti umani” in certi casi – e questo è uno – suonano come un’asettica definizione che finisce per nascondere quello che succede realmente. Allora provo a raccontare una sola delle storie che emergono nel rapporto. Reshat Ametov era un tataro di 39 anni, operaio stagionale e padre di tre bambini. Pubblicava spesso sulla sua pagina Facebook questioni legate alla propria comunità L’ultima volta che è stato visto, il 3 marzo, era in piazza a Simferopoli per partecipare alla marcia di protesta contro la presenza di soldati russi in Crimea. Tre uomini – due in divisa militare e uno in giacca nera di pelle –  lo hanno preso dal gruppo e caricato in una macchina scura. Qualcuno ha ripreso tutta la scena, ecco perché lo sappiamo. Altrimenti sapremmo solo del suo cadavere ritrovato con segni di tortura nei boschi a 60 chilometri da Simferopoli, due settimane dopo. La bella Poklonskaja ha detto a Muižnieks che si sta indagando.

 Un inferno per le libertà

Secondo il rapporto e le parole di Muižnieks, molte delle vittime di gravi violazioni si sono distinte per aver preso posizione critica contro lo pseudo referendum e l’annessione russa della Crimea. Può essere una coincidenza. Oppure può darsi che tanto le autorità locali filorusse, quanto quelle della neo madrepatria, siano direttamente coinvolte negli omicidi e nei rapimenti, ma questo lo aggiungo io. Di sicuro lo è la Samooborona Kryma, la formazione paramilitare di “autodifesa popolare”, che ha operato durante tutta l’”Operazione Crimea”. Per Muižnieks la loro esistenza è la maggiore causa di preoccupazione per la tutela dei diritti civili in Crimea, ma Aksionov gli ha detto a che “sono un’efficace forza di polizia e continueranno a operare”.

Intanto, pochi giorni prima dell’arrivo di Muižnieks, Liza Bohutska, un blogger molto popolare, è stata arrestata, il suo computer sequestrato e la sua casa perquisita in cerca di “letteratura proibita”. Liza è stata interrogata riguardo la sua partecipazione alla stessa marcia in cui era stato sequestrato Ametov. Quando Muižnieks ha fatto presente il caso alla Poklonskaja, gli è stato risposto che le autorità non intendono fare niente per risolvere il caso di Liza. “Ce l’hanno con lei per una questione personale”, mi ha detto Muižnieks. Ma chi andrà a spiegargli che la giustizia non è una questione personale?

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