Je suis Eston Kohver

Il tribunale di Pskov ha condannato a 15 anni un ufficiale estone sequestrato un anno fa. Un cittadino europeo che lavorava per la sicurezza interna di un Paese europeo. Da oggi più nessuno è al sicuro dalle forze di sicurezza russe. Neanche tu.

Photograph: Toomas Volmer/AFP/Getty Images

È successo ancora. L’Fsb ha prelevato un cittadino europeo, un ufficiale di polizia, e lo ha imprigionato in Russia, dove le autorità hanno montato l’ennesimo processo farsa. Come con Nadiya Savchenko, come con Oleg Sentsov.

Eston Kohver è stato arrestato un anno fa. Un anno in cui le pressioni diplomatiche dell’Europa e degli Usa sono rimbalzate contro la granitica macchina della giustizia selettiva russa. Kohver è stato condannato la scorsa settimana dal tribunale di Pskov. Dovrà trascorrere i prossimi 15 anni in una prigione russa sulla scorta di un’accusa basata su prove indiziarie e molto controverse.

Stavolta però non si tratta di un prigioniero trafugato da una penisola annessa illegalmente o da un territorio di guerra, ma di un cittadino dell’Unione europea arrestato mentre stava svolgendo il proprio lavoro nel proprio Paese. Vuol dire che, se gli gira, i servizi russi possono prendere anche te. E nessuno potrà farci niente.

Dettagli

Eston Kohver è stato prelevato dai servizi segreti russi il 5 settembre 2014 in un’operazione militare con l’impiego di granate stordenti e jammer radio. Era in missione per conto del Kapo, il servizio di sicurezza interna estone. Stava indagando sui traffici illegali attraverso il confine russo-estone di Luhamaa. Avrebbe dovuto incontrare un informatore in un bosco vicino alla frontiera. È riapparso il giorno dopo sulla tivù russa in manette tra due agenti dell’Fsb incappucciati.

L’arresto di Kohver è stato subito oggetto di indagini da parte delle polizia di frontiera dei due Paesi, che hanno stilato un verbale congiunto che concorda su tutto, sulla presenza di crateri di 50 centimetri dovuti alle granate stordenti, sul fatto che Kohver avesse addosso un pistola, 5mila euro in contanti e un’apparecchiatura di registrazione e sul fatto che ci sia una breccia nel confine. Quello su cui le versioni russa ed estone non concordano è il particolare più importante: dove Kohver sia stato arrestato, se al di qua o al di là della frontiera. I russi dicono di averlo preso in territorio della federazione, mentre si preparava a una missione di spionaggio. Per questo hanno mostrato con ostentazione in tivù la pistola Taurus, i soldi che aveva addosso e il registratore nascosto. Gli estoni hanno fatto notare che è l’attrezzatura base per un agente dei servizi che va a incontrare un informatore nel bosco. I colleghi di Kohver coprivano a distanza l’operazione, ma sono stati bloccati dai jammer che hanno disturbato le comunicazioni radio. Resta ancora da capire che senso avrebbe avuto l’uso delle granate stordenti se Kohver fosse stato arrestato in territorio russo.

Rospi

“È presto per dire se è l’inizio di qualcosa. Non si può tracciare una linea finché non si hanno due punti”, ha detto al New York Times il presidente estone Toomas Hendrik Ilves. Il fatto è che di punti ce ne sono già a iosa e la linea del Cremlino è più che evidente. L’arresto di Kohver è arrivato appena due giorni dopo la visita di Obama a Tallin in cui il presidente americano aveva detto ai baltici che c’era l’America a guardargli le spalle. La risposta russa ha avuto il suono delle bombe flashbang. Mosca ha riservato all’Estonia lo stesso trattamento riservato negli ultimi anni agli altri suoi vicini, dall’Ucraina alla Georgia. Perché, in fondo, sono in tanti dentro le mura del Cremlino a essere convinti che le repubbliche ex sovietiche siano poco più di stati vassalli della Russia. Che se si montano la testa con l’Europa e con la Nato vanno rimesse subito nei ranghi.

I punti per tracciare la linea della Russia con i baltici già ci sono. Dalla guerra doganale di due anni fa alle continue invasioni di spazio aereo, alle recenti minacce di rivedere la legittimità della loro indipendenza (come fatto per la Crimea), ai continui richiami alla numerosa comunità russa che là vive.

La Russia non ha (ancora) intenzione di invadere né l’Estonia né la Lituania e la Lettonia, ma nello stesso tempo non riesce a digerire la loro indipendenza, la Nato alle porte, la spina nel fianco tra Kaliningrad e San Pietroburgo. E vuole ricordaglielo di tanto in tanto, con una tensione costante, con pungoli che stanno lì a dire “ehi, non vi rilassate troppo con noi qui accanto”; ma anche con scaramucce che mettano in crisi il sistema di intervento della Nato. Del resto, che fare? Ingoiare il rospo o fare guerra a una potenza nucleare per Eston Kohver?

@daniloeliatweet

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