Kadyrov interpreta Kadyrov

La “guerra” tra il servizio di sicurezza federale e quello ceceno scatenata dalle parole del presidente non c’è stata e non ci sarà. Qualche testa cadrà, tutto resterà in equilibrio e nessun uomo di Kadyrov sparerà sulla polizia russa.

Va detto subito. In un primo momento le parole di Ramzan Kadyrov, mandate sulla tivù cecena, avevano fatto pensare al peggio. “Dico ufficialmente che se vedete persone armate nel nostro territorio senza sapere chi siano, tanto che arrivino da Stavropol quanto da Mosca, sparategli addosso. Dovranno vedersela con noi”, ha detto rivolgendosi ai capi del suo servizio di sicurezza. Parole che suonano come una dichiarazione di guerra, soprattutto se si considera che vengono dalla bocca dell’uomo più potente di Russia dopo Putin, vero sovrano incontrastato del suo piccolo regno ceceno. Un feudo all’interno della federazione russa.

Il ministero dell’Interno ha subito dichiarato le parole di Kadyrov “inaccettabili” (in verità, una reazione piuttosto blanda), mentre alcuni osservatori le hanno prese alla lettera. “Kadyrov dichiara l’indipendenza della Cecenia dalla Russia”, ha scritto Brian Withmore, uno dei più attenti cremlinologi sulla piazza.
Ma anche niente di tutto questo.

Operazione illegale

A far parlare Kadyrov il quel modo è stata un’operazione della polizia di Stavropol in territorio ceceno senza, a detta del presidente, l’autorizzazione delle forze di polizia locali. Gli agenti della vicina città russa sono intervenuti a Grozny il 19 aprile per arrestare un ricercato, Dzhambulav Dadaev, che è stato ucciso durante l’operazione. Fatto ancor più grave – secondo la ricostruzione di Kadyrov – è che la polizia di Stavropol è intervenuta coordinandosi con gli uomini del Raggruppamento temporaneo operativo, VOGOiP, di stanza nella base militare russa di Khankala, alla periferia est di Grozny.

A rendere le cose ancora più torbide c’è il fatto che Dadaev, stando a testimoni oculari, sarebbe stato sparato a sangue freddo mentre si arrendeva a mani alzate. Non è neanche bene chiaro per cosa fosse ricercato Dadaev. Tanto l’operazione è stata maldestra che l’ufficio per il Caucaso del Nord del Comitato investigativo federale ha aperto un’inchiesta, rilevandola da quello locale di Grozny.

Troppe stranezze

Non c’è solo la morte misteriosa di Dadaev. C’è anche la strana coincidenza che si chiamasse proprio come quell’altro Dadaev, di nome Zaur e pure lui ceceno, in carcere a Mosca come principale sospettato dell’omicidio di Boris Nemtsov. Omicidio che è servito, secondo molti, come pretesto all’Fsb per tirare in ballo Kadyrov (che potrebbe essere chiamato a testimoniare nel processo). Non è un segreto che il presidente ceceno ha tra i suoi più acerrimi nemici al Cremlino proprio Alexander Bortnikov, capo dell’Fsb.
Ma potrebbero essere solo coincidenze, e l’operazione della polizia di Stavropol a Grozny solo un (ennesimo) esempio del pessimo modus operandi delle forze dell’ordine russe.

Per chi ha visto in atto una sfida lanciata dalle montagne del Caucaso ai palazzi di Mosca, Kadyrov si è precipitato a fare atto di sottomissione allo Zar. “Sono solo un soldato fedele al comandante in capo”, ha detto a Ria Novosti. “Se mi dà un ordine, lo seguo al 100%. Se mi dice di andarmene, me ne vado. E sono pronto anche a morire, se me lo chiede. Provare a mettere Kadyrov contro il presidente Putin è ridicolo. È lui che comanda”. Intanto, i video della riunione con i responsabili della sicurezza in cui aveva pronunciato quelle parole infuocate sono stati rimossi dalla rete.

Ma non c’è nessuna marcia indietro. Sia allora che adesso è sempre lo stesso Kadyrov a parlare. Che non fa altro che interpretare il ruolo del comandante indiscusso nel suo feudo, pronto a sputare fuoco per difendere il suo popolo (o a dare l’impressione di farlo), ma alla fine sempre leale sottomesso al sovrano, da cui solo discende il suo potere. Kadyrov, insomma, che interpreta Kadyrov.
@daniloeliatweet

 

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