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La banca di Putin

Bank Rossiya è indicata da tutte le intelligence occidentali come il mega salvadanaio della cerchia di Putin. I documenti rivelati nei Panama Papers hanno gettato un po’ di luce sugli escamotage finanziari usati per incanalare fiumi di dollari nelle loro tasche. Una nuova inchiesta dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project prova a fare chiarezza.

Gli schemi sono complessi. Le manovre finanziarie oscure e contorte. Le società intestate a prestanome. Ma l’Occrp, il network internazionale di giornalisti investigativi specializzato in criminalità e corruzione nel Paesi dell’Europa orientale, ha unito tutti i puntini sparsi in anni di inchieste giornalistiche, indagini della magistratura spagnola e rivelazioni contenute nei Panama Papers. E ne è uscito un disegno piuttosto chiaro di come gli uomini più vicini a Putin hanno trasformato Bank Rossiya in un immenso serbatoio di ricchezze. A spese dei cittadini russi.

Il dipartimento del Tesoro Usa non esita a definire Bank Rossiya la «banca personale degli alti funzionari della Federazione russa. I suoi azionisti fanno parte della cerchia ristretta di Putin e sono riuniti nella Ozero Dacha Cooperative, il complesso abitativo dove abitano». Tra di loro ci sono, o ci sono stati, Nikolay Shamalov, consuocero di Putin, Mikhail Shelomov, lontano parente del presidente, e il famoso violoncellista Sergei Roldugin, amico d’infanzia di Putin e star dei Panama Papers.

La banca fu fondata nel 1990 a San Pietroburgo da alcuni esponenti del Partito comunista. Dopo il crollo dell’Unione sovietica si unirono investitori come Yuri Kovalchuk, Andrei Frusenko e Vladimir Yakunin, tutti amici di Putin. Nella metà degli anni 90 fecero ingresso nella banca anche i soldi dei clan criminali di San Pietroburgo, come hanno scoperto gli investigatori spagnoli che da dieci anni indagano sulla gang Tambovskaja e Gennady Petrov. Ma con l’ascesa al potere di Putin le cose cambiarono.

Oggi Bank Rossiya è tra le più grandi banche russe, con una ricchezza di circa nove miliardi di dollari, e controlla grosse fette dell’economia nazionale, compresi pezzi di soldi pubblici, come il fondo pensioni di Gazprom. Com’è stato possibile?

Il violoncellista dei miracoli

Nel 2010 Bank Rossiya ha messo le mani sul gioiello energetico russo, Gazprom, a maggioranza pubblica. La controllata del colosso del gas, la Gazenergoprombank, era allora una banca pubblica con un patrimonio netto di 343 milioni di dollari, mentre Bank Rossiya si fermava a un più modesto patrimonio netto di 270 milioni di dollari. Le due banche decisero di fondersi ma, mentre ci si sarebbe potuti aspettare un’equa ripartizione delle quote, gli azionisti della Gazenergoprombank ricevettero solo il 16% delle quote della nuova Bank Rossiya, i cui proprietari invece riuscirono a raddoppiare il proprio patrimonio in cambio di niente.

Questo fu possibile grazie al fatto che nell’ultima relazione annuale, Bank Rossiya era stata valutata cinque volte la Gazenergoprombank. Ma, fanno notare gli autori dell’inchiesta, se il valore reale di Bank Rossiya fosse stato davvero quello, ossia circa 3,3 miliardi di dollari, com’è possibile che nel 2013 una quota del 12% sia stata venduta per 153 milioni di dollari quando il prezzo corretto avrebbe dovuto essere di almeno 340 milioni?

Ma quello di Gazenergoprombank non è l’unico caso in cui i proprietari di Bank Rossiya hanno fatto affari d’oro a spese dei contribuenti russi. Nel 2010 la società offshore Sandalwood, registrata alle Isole Vergini e di proprietà di Sergei Roldugin, il violoncellista dei miracoli, comprò il 3% di Bank Rossyia per 6,50 dollari ad azione. Due giorni dopo rivendeva l’intero pacchetto alla Horwich Trading di Cipro per 211,5 dollari ad azione che a sua volta, un mese dopo, rivendeva il tutto a Gazprom per 1.120 dollari ad azione. Qualcosa come 172 volte il prezzo pagato da Roldugin. E, cosa ancora peggiore, Gazprom le ha poi rivendute alla metà del prezzo pagato, ricavando una perdita di denaro pubblico.

Roldugin si è sempre difeso dicendo di non avere un quattrino. «Persino il mio violoncello è di seconda mano», ha detto in più occasioni. Chissà quanto lo ha pagato e a quanto lo rivenderà.

@daniloeliatweet

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