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La bufala dell’Italia nel Nord Stream 2

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Renzi che chiama Putin, o viceversa. L’aiuto dell’Italia in cambio di una partecipazione nel gasdotto sottomarino. E gli interessi russi e italiani che si incontrano in fondo al mare. Un mare di balle.

Sputnik/Ramil Sitdikov

Non si sa chi ha chiamato chi, ma pare che il primo ad aver abboccato all’opposizione dell’Italia al raddoppio del Nord Stream sia stato proprio Putin. Retroscenisti e biografi di corte raccontano del presidente russo che chiede all’Italia di togliersi di traverso al gasdotto sotto il Baltico e in cambio offre una partecipazione al progetto. I giornali, anche stranieri, si dividono subito in due gruppi. Quelli che riferiscono di un governo italiano che cambia idea davanti a una commessa e quelli secondo cui invece Renzi avrebbe rifiutato di fare marcia indietro. “Non possiamo perdere la faccia per due tubi sotto il mare”, avrebbe detto Renzi secondo il Messaggero. Ma l’unico mare che si vede finora è solo quello delle balle attorno a questa vicenda.

Bufale

La bufala parte dalla misteriosa telefonata tra i due leader, avvenuta a metà dicembre. Durante quel colloquio, si è parlato anche del Nord Stream. Putin, o Renzi, o entrambi avrebbero accennato alla possibilità di coinvolgere Saipem, società del gruppo Eni, nel progetto. È bastata questa palla di neve per scatenare la valanga dei giorni successivi, condita di illazioni e smentite.

Eppure dovrebbe bastare la parola dell’amministratore delegato di Eni. “Non è mai stato considerato, né considereremo, l'ingresso di Eni in Nord Stream e non consideriamo nemmeno una cessione delle quote Saipem”, ha detto Descalzi. “Che poi Saipem possa lavorare come contrattista con Nord Stream, ce lo auguriamo tutti”, ma è ben altra cosa.

Saipem ha infatti già lavorato per la realizzazione del gasdotto esistente, il Nord Stream 1, senza che l’Italia abbia alcun ruolo nel gasdotto.

Ed è ovvio che ad augurarsi un commessa da Nord Stream 2 siano tutti, ché se di “due tubi sotto il mare” si tratta, trattasi pur sempre di tubi per 10 miliardi di euro. Hic non olet.

Tubi

Renzi ha riscoperto l’interesse nazionale, dicono alcuni. L’Italia è consapevole del proprio ruolo di ponte tra l’Europa e la Russia, dicono altri. Forse. Di mezzo c’è di sicuro un braccio di ferro con l’Ue e la Germania, dopo che il progetto del South Stream è stato messo in soffitta perché ritenuto in contrasto alle regole europee sull’accesso alle reti. La decisione dell’Ue è costata a Saipem, impegnata nella sua realizzazione, una perdita di ordini per 1,2 miliardi di euro e una caduta del titolo in borsa. Il governo italiano ha puntato gli occhi quindi sul raddoppio del Nord Stream, un’infrastruttura di fatto russo-tedesca che non ha niente a che vedere con l’Europa e va contro la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, sottoponendo una fetta ancora maggiore del fabbisogno energetico europeo all’asse Mosca-Berlino.

E poi c’è l’Ucraina. Vera ragion d’essere dei gasdotti miliardari che portano in gas siberiano direttamente in Europa bypassando gli altri Paesi ex sovietici. Infrastrutture che lasciano l’Ucraina sempre più sola nella guerra del gas con la Russia, e impattano direttamente contro il regime delle sanzioni varate dall’Ue proprio per l’aggressione militare russa alla Crimea e al Donbass. Dietro istanza dell’Italia, l’Ue dovrà ora pronunciarsi sulla fattibilità del Nord Stream 2. Scopriremo così se davvero per l’Europa l’Ucraina non vale un tubo.

@daniloeliatweet

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