La Russia che ha paura dei libri

Natalya Sharina è stata condannata il 5 giugno da un tribunale di Mosca a quattro anni di carcere, pena sospesa. Il suo crimine, custodire nella biblioteca pubblica che dirigeva alcuni libri messi all’indice.

Eccolo la Russia che ha paura dei libri. La stessa che tre anni fa ci ha costretti a rivedere in Europa diapositive dal Terzo Reich: era il 14 marzo 2014 quando alcuni ultranazionalisti russi fecero un falò a Sinferopoli con una pila di libri di storia ucraina.

La stessa che manda in carcere la direttrice di una biblioteca con l’accusa di incitamento all’odio perché tra i suoi scaffali la polizia – come in una scena di Fahrenheit 451 – trova dei libri messi all’indice. Opere «estremiste» di «propaganda antirussa».

Natalya Sharina, 59 anni, a capo della biblioteca di letteratura ucraina di Mosca dal 2011, è già stata ai domiciliari per più di un anno durante il processo. Ora arriva la condanna, a quattro anni, sospesa dal tribunale del distretto Meshchansky di Mosca perché incensurata. Il Pm aveva chiesto cinque anni.

Una sentenza che la dice lunga sul clima di caccia alle streghe (ucraine) in atto non sono nella Crimea occupata ma in tutta la Russia.

Libri pericolosi

«Si tratta di un caso altamente politicizzato che va contro la giustizia e mette in evidenza i seri problemi di indipendenza della magistratura in Russia», ha detto il vicedirettore di Amnesty International per l’Europa e l’Asia centrale, Denis Krivosheev.

Amnesty, che ha dato il via a una campagna internazionale per far decadere tutte le accuse contro Natalya.

«Il processo ha fatto leva sulla pesante atmosfera antiucraina che si respira in Russia in questo momento», si legge in un comunicato di Amnesty. «Il tribunale ha rigettato prove chiave della difesa, incluse testimonianze secondo cui la polizia stessa avrebbe messo i libri banditi nella biblioteca».

Libri come oggetti illegali, come droga usata per incastrare un personaggio scomodo, come esplosivo trovato a casa di un attentatore. Ma il problema – diciamolo anche ad Amnesty – non è se quei libri su gli scaffali ce li ha messi la polizia o Natalya. Il punto è che non si può essere condannati al carcere per «detenzione illegale di libri».

Estremismo estremo

E, allora, veniamo ai libri. Si trattava di testi di Dmytro Korchynsky. Uno che si fa presto a definire estremista. Uno che ha fondato un’organizzazione ultranazionalista e fondamentalista, “Bratstvo”, che ama chiamare di «talebani ortodossi» o di «Hezbollah cristiani». Uno che è stato espulso dall’organizzazione di estrema destra Untso (oggi confluita in Pravy sektor) con l’accusa di estremismo. Uno che professa il jihad cristiano contro la Russia. Uno che persino la polizia italiana aveva fermato nel 2015, prima di rilasciarlo.

Uno che di libri dovrebbe leggerne – e ben altri – invece che scriverne.

Ma guai a concedere il salto logico dalla condanna intellettuale delle idee di Korchynsky, alla condanna penale di chiunque possieda, legga o venda i suoi libri. Perché quello successivo lo abbiamo già visto accadere nell’Europa dei totalitarismi novecenteschi. E speravamo di essercelo lasciato alle spalle.

@daniloeliatweet

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