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La Russia ha bisogno dell’occidente contro l’Isis. E viceversa

Con la creazione del Wilayat Kawkaz, il governatorato del Nord Caucaso, l’Isis mette un piede in territorio russo. Intanto si rafforza sempre di più il proselitismo nella popolazione di lingua russa. Ecco perché Usa, Europa e Russia hanno bisogno l’un l’altro per combattere la guerra al terrore.

Omar al-Shishani
Omar al-Shishani

Quando Omar al-Shishani, il comandante dell’Isis in Iraq conosciuto come Omar il ceceno, ha lanciato la sua fatwa contro la Russia, poteva sembrare una delle tante minacce che quotidianamente provengono dalla polveriera caucasica. “Porteremo la nostra guerra in Russia”, aveva scritto, mettendo una taglia di cinque milioni di dollari sulla testa di Putin e Ramzan Kadyrov, l’autoritario leader ceceno. Da allora, anche se fortunatamente non si sono verificati attacchi terroristici marchiati Isis, ha preso sempre più consistenza la partecipazione di combattenti russi nelle fila dello Stato islamico. E si è organizzato sempre di più il proselitismo in lingua russa. All’inizio di luglio, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che secondo stime del ministero sono almeno 2mila i cittadini russi che al momento combattono sotto la bandiera nera. Lo stesso Lavrov che aveva messo alcuni mesi fa l’Isis in testa alla lista delle minacce alla Russia, persino sopra la Nato.

L’ombra di Satana

Omar il ceceno – che in realtà è nato in Georgia a un passo dalla Cecenia – è stato dato diverse volte per morto. Da ultimo, proprio agli inizi di questo mese. E nessuno sa dire se sia effettivamente ancora in vita. Quello che tutti sanno è che le sue parole costituiscono una minaccia capace di sopravvivergli.

L’interesse dell’Isis per il Caucaso del nord è infatti andato sensibilmente crescendo negli ultimi mesi. Se già da tempo circolavano sul web traduzioni in russo di documenti e video propagandistici dello Stato islamico, il salto di qualità è stato compiuto con la comparsa di Furat Media, un marchio sotto il quale vengono caricati nella rete prodotti specifici per i destinatari in lingua russa. E il battaglione Al-Aqsa, formato interamente da combattenti del Caucaso del nord, è sempre più attivo sui social network per arruolare nuovi proseliti.

Il Cremlino finora non ha ancora risposto alle minacce dell’Isis. Lo ha fatto però Kadyrov solo qualche giorno fa. “Abbiamo sentito che lo “Stato del demonio”, ha detto con un gioco di parole in arabo, “avrebbe aperto filiali in Caucaso del nord e che vorrebbero espandersi. Ma questi Satana non si devono aspettare proprio niente. Nella repubblica cecena non avranno mai nemmeno l’ombra di una base o un affiliato”.

Due fronti

Il silenzio di Putin è probabilmente frutto di una chiara scelta politica. Se infatti l’interesse dell’Isis per il Caucaso è in concorrenza con l’insorgenza storica e con l’Emirato islamico del Caucaso – l’organizzazione rimasta legata ad Al-Qaida -, è vero anche che un’ondata di terrorismo antirusso nelle aree sotto l’influenza del governatorato del Nord Caucaso potrebbe infiammare nuovamente anche il resto della regione.

Mosca deve quindi agire su due fronti. Su quello interno è probabile che assisteremo a breve a nuova e più forte azione repressiva delle forze di sicurezza federali su qualunque tentativo di insorgenza (solo ieri sono stati uccisi sei presunti terroristi in un’azione delle forze di sicurezza in Cabardino-Balcaria). Sul ben più scivoloso fronte internazionale, alla Russia fa comodo non ostacolare l’azione alleata contro l’Isis, pur non potendo aderire apertamente a un’azione alleata a guida statunitense che ha tra gli obiettivi il rovesciamento del regime di Assad, legato a doppio filo a Mosca. Il profilo basso è dunque per il momento la strada da seguire.

Dal canto suo, l’Occidente deve avere chiaro che nella guerra totale allo Stato islamico non può far finta che la Russia non esista.

@daniloeliatweet

 

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