eastwest challenge banner leaderboard

La Russia si è fermata a Doha

I grandi produttori mondiali di petrolio non si sono messi d’accordo per congelare la produzione, e il prezzo del greggio ha ripreso a cadere. La Russia è il Paese non Opec che spinge di più su questo e a Mosca in molti ci credevano. Ora bisogna rifare i conti.

AP Photo/ Hasan Jamali, File

C’era un sacco di gente che aspettava l’incontro di Doha, soprattutto a Mosca. Una ventina tra i maggiori produttori di petrolio mondiali, tra Paesi dell’Opec e non, si erano dati appuntamento per quella che in molti pensavano fosse solo una formalità. Firmare l’accordo per congelare i livelli di produzione di petrolio a quelli dello scorso gennaio, fino a ottobre.

Ma già alla vigilia dell’incontro, i sorrisi sulle facce dei petrolieri si andavano spegnendo. Quando ormai è diventato chiaro che non ci sarebbe stato alcun accordo, si è cercato di mascherare il fallimento da semplice rinvio. Ma i mercati lo hanno preso per quello che è, un fallimento.

«Lo dobbiamo all’Arabia saudita insieme ad altri membri dell’Opec come gli Emirati arabi e il Qatar», ha detto il giorno dopo il ministro dell’Energia russo, Aleksander Novak, secondo cui gli effetti per la Russia sarebbero minimi. «Si tratta prevalentemente di Paesi del Golfo persico. Le compagnie russe continuano a essere molto competitive sul mercato».

Negli stessi minuti, il prezzo del petrolio Wti crollava quasi del 7%, fermandosi a 37 dollari e mezzo al barile. Non una buona notizia per la Russia.

Bilancio in rosso

Già, perché immediatamente dopo il rublo è sceso ai suoi minimi in tre settimane contro dollaro ed euro e la borsa di Mosca ha perso il 3,6% in una sola giornata.

«Il bilancio dello Stato è alla fame», ha detto a Bloomberg Aleksander Nazarov, un analista di Gazprombank.

Mentre Putin ha firmato la legge bilancio dello Stato per il 2016 basata su un prezzo del petrolio a 50 dollari al barile e con un obiettivo deficit del 3% sul Pil, il dato post Doha cambia le carte in tavola. E in peggio.

Sembra esserne convinto il ministro delle Finanze Anton Siluanov, secondo cui il fondo di riserva statale si è quasi dimezzato dal 2014 e rischia di svuotarsi completamente entro la fine dell’anno.

Secondo un calcolo fatto dal New York Times, quando il petrolio viaggiava sui 100 dollari al barile, i petrolieri russi versavano circa 74 dollari allo Stato sotto forma di tasse. Ora che bastano 35 dollari per comprare un barile di greggio, la quota versata all’erario è di appena 17.

Sul fronte del profitto dei petrolieri, la situazione è persino peggiore. Ai tempi d’oro, per ogni barile le compagnie intascavano 11 dollari, al netto di spese di estrazione e trasporto. Ora il guadagno è di appena tre dollari per ogni barile. I petrolieri non hanno intenzione di investire nella ricerca di nuovi giacimenti, convinti che non ci sarà alcun ritorno nei prossimi dieci anni. L’effetto paradossale è che il crollo delle estrazioni, stimato nel 46% in un recente documento del ministero dell’Economia, renderebbe del tutto superflui accordi come quello tentato a Doha.

Austerity in salsa russa

Cremlino starebbe studiando una nuova tassa sui produttori di petrolio. Ma potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Le casse dei petrolieri sono ancora piuttosto pingue e fanno gola. Ma un’ulteriore mannaia sui loro guadagni futuri potrebbe innescare una spirale ancora più negativa.

Secondo Siluanov sarebbe necessaria una manovra da 19 miliardi di dollari per evitare che il deficit raggiunga il 6% del Pil quest’anno. Questo comporterebbe, tra le altre cose, un taglio della spesa del 10%.

E gli effetti già si vedono. La mancanza di soldi ha colpito già il progetto-vetrina del ponte sullo stretto di Kerch, che unirà la Russia alla Crimea. Un’opera da 3,2 miliardi di dollari che, nonostante l’imprimatur di Putin, non vedrà la luce come previsto nel 2018, ma «entro la fine del 2019», secondo fonti dell’agenzia delle strade Rosavtodor.

Ma è un po’ tutto il sogno di superpotenza a risentirne. Il viceministro della Difesa, Tatiana Shevtsova, ha annunciato un taglio del 5% della spesa militare nel 2016. Si tratta del secondo taglio dopo quello di metà 2015, quando la spesa era stata ridotta del 5,7% sull’anno in corso (ma pur sempre in aumento sul 2014). Intanto, la Russia è stata scalzata dal podio dei Paesi con la maggiore spesa militare al mondo, cedendo il terzo posto all’Arabia saudita. Proprio quell’Arabia saudita che a Doha gli ha messo i bastoni tra le ruote.

@daniloeliatweet

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA