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MH-17, un anno di storie, verità e depistaggi

Un anno fa, il 17 luglio 2014, i rottami in fiamme del Boeing 777 Malaysia Arilines incendiavano la pianura di Torez, nell’est dell’Ucraina. Le indagini sono ancora in corso e non c’è un colpevole ufficiale. Intanto la Russia si oppone a un tribunale internazionale.

La tragedia del volo MH-17, è un ottimo esempio di come i fatti in questa guerra finiscano sullo sfondo, mentre la scena è rubata dalla propaganda. A un anno esatto di distanza, non si sa ancora chi lo ha abbattuto, e forse mai si saprà. Ci sono però versioni per tutti i gusti: 1, lo hanno abbattuto i russi per dare la colpa agli ucraini. 2, lo hanno abbattuto gli ucraini per errore con lo stesso sistema antiaereo di fabbricazione sovietica. 3, lo hanno abbattuto gli ucraini su ordine della Cia per dare la colpa ai russi. 4, lo hanno abbattuto i separatisti per errore con un sistema antiaereo fornito dai russi.

Come ho scritto più volte, basta già il Rasoio di Occam per sgombrare il campo dalle illazioni più depistanti. In quei giorni l’esercito ucraino, che pur ha in dotazione i sistemi missilistici di fabbricazione sovietica Buk, non aveva alcuna ragione di usarli. I separatisti, infatti, non hanno mai avuto alcun supporto aereo, né ci sono mai state battaglie aeree tra l’esercito governativo e le milizie dell’est. Non c’erano insomma aerei da abbattere da parte di Kiev, né batterie antiaeree schierate e pronte all’uso. Erano stati semmai nelle settimane precedenti i separatisti a tirare giù diversi aerei ucraini. Le ipotesi 1 e 2 vanno a farsi benedire. Il governo russo ha sempre negato di aver fornito ai separatisti sistemi d’arma antiaerea; dall’altro lato, i miliziani stessi si erano vantati un po’ di tempo prima del disastro di essere entrati in possesso di un lanciamissili Buk. Ergo, mobilitare la Cia per abbattere l’aereo e dare la colpa ai russi sarebbe stato un autogol, perché la responsabilità sarebbe immediatamente ricaduta sui separatisti. Come del resto è stato. Via l’ipotesi 3.
C’era una intensa attività aerea ucraina nella zona Ato in quelle settimane, e già i miliziani avevano abbattuto almeno due aerei da trasporto e un elicottero in quei giorni. Avevano tutto l’interesse a disporre di un efficace sistema antiaereo che neutralizzasse l’aviazione ucraina, soprattutto i grandi aerei da trasporto che lasciano un’impronta radar simile a uno di linea. L’ipotesi 4 è l’unica che ha un senso.

Chi vuole la verità?

Basterebbe la logica, ma ci si aggiunge anche una quantità spropositata di indizi gravi, precisi e concordanti che inchiodano gli allora comandanti separatisti Igor “Strelkov” Girkin e Igor “Bez” Bezler: il messaggio su Vkontakte di Strelkov, mezz’ora dopo l’abbattimento (poi cancellato), in cui si vantava di aver tirato giù un Antonov 26 ucraino; numerosi video tra cui uno geolocalizzato che mostra un Buk mentre viene trasportato a Snizhne, meno di dieci chilometri dal luogo dell’abbattimento, e poi alcune ore dopo mentre viaggia verso la frontiera con la Russia con un missile mancante; e poi c’è la voce di Bezler in un’intercettazione telefonica dei servizi ucraini, da lui stesso confermata, in cui parla dell’aereo abbattuto. 
Ma naturalmente la logica può poco contro i megafoni della propaganda, e contro i paraocchi del pregiudizio ideologico. Così la rete continua a essere piena di spiegazioni dietrologiche. Alcuni mesi fa, anche la tivù russa Pervy Kanal è tornata con nuove “prove”, diffondendo una foto satellitare di un caccia ucraino mentre spara al Boeing. Sono bastate poche ore per smascherare il fake ottenuto fotoshoppando immagini prese da Google maps e vecchie di due anni.

Oltre la paccottiglia di Pervy Kanal, ci sono satelliti ben più seri che quasi certamente hanno “visto” il lancio del Buk. Pochi giorni dopo l’abbattimento, il Los Angeles Times riportò fonti del Dipartimento della difesa americano secondo cui il sistema radar del Defence support program, grazie a una tecnica chiamata Masint, non può non aver tracciato il punto esatto del lancio e la traiettoria del missile. La domanda è: se il Pentagono ha le prove perché non le rende pubbliche?

Intanto il JIT, Joint investigation team, il gruppo internazionale composto da investigatori olandesi, australiani, belgi, ucraini e malesi, ha finito il proprio lavoro, che però sarà diffuso solo a ottobre. La Cnn ha rivelato delle indiscrezioni secondo le quali il rapporto del JIT punta il dito sui ribelli filorussi. Nel frattempo però i Paesi membri hanno siglato un accordo, inizialmente tenuto segreto, per la non diffusione delle informazioni che dà la possibilità anche a un solo membro di porre il veto e segretare il tutto. E poi c’è Mosca, che si sta fermamente opponendo alla creazione di un tribunale Onu sul disastro, argomentando con il solito paranoico complesso del “mondo intero contro la Russia”. Insomma, ce n’è abbastanza perché il Boeing della Malaysia continui a scomparire insieme ai suoi 298 morti sullo sfondo di questa guerra. 

@daniloeliatweet

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