Grande evento e arma di distrazione di massa. Sin dal calcio d'inizio, il governo russo alza l’Iva e l’età pensionabile. E ordina alla polizia di nascondere le cattive notizie. L’effetto mondiali è solo iniziato. E il pubblico da conquistare globale

Vladimir Putin REUTERS/Christian Hartmann
Vladimir Putin alla coppa del mondo Russia 2018. REUTERS/Christian Hartmann

Non era stato ancora tirato il calcio d’inizio della partita inaugurale, che la stampa di mezzo mondo titolava in coro: “I Mondiali  2018 un vincitore ce l’hanno già, Putin”.


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Non è la prima volta nella storia che un evento sportivo di magnitudine globale viene usato da un Paese illiberale – o a democrazia limitata, se si preferisce – come una mega operazione di maquillage internazionale da un lato e come arma di distrazione di massa per l’opinione pubblica interna. Panem et circenses, si diceva una volta.

Con Russia 2018  non si è davvero perso tempo. Mentre Putin, dallo stadio Luzhniki di Mosca, pronunciava parole piene d’enfasi per l’inaugurazione del mondiale, Medvedev nel silenzio ovattato della Casa bianca – il palazzo del governo della Federazione – aumentava l’età pensionabile  per gli uomini da 60 a 65 anni e per le donne da 55 a 63, e innalzava l’iva dal 18% al 20%. Due provvedimenti, com’è facile immaginare, non proprio popolari (l’aspettativa di vita per gli uomini russi è di 66 anni, e in alcune regioni persino più bassa), perfetti per essere varati mentre i russi sono distratti e il diritto di manifestare  è sospeso.

E per evitare di dare altre cattive notizie, alla polizia è stato ordinato di nascondere ai media fatti legati alla criminalità. Così dice un documento ufficiale  arrivato nelle mani del Telegraph, nel quale si ordina anche di tenere gli occhi aperti su chi diffonde notizie negative online. Il risultato, secondo il sito Mediazona delle Pussy Riot, è che nessun dipartimento di polizia nelle 85 regioni della Russia ha pubblicato alcuna notizia di arresti o reati dal 6 giugno.

Ma l’effetto Mondiali è appena iniziato. L’obiettivo, neanche tanto taciuto, è quello di consegnare al mondo l’immagine di una Russia  moderna,  sicura, benestante, che non ha nulla da invidiare alle grandi potenze mondiali. Una Russia lontana anni luce da quella post sovietica e anche da come se l’immaginano molti antirussi per preconcetto.

Russia 2018 whitewashing

Va detto che Putin ha delle ottime carte giocare. Le principali città della Federazione sono già notevolmente più sicure di molte metropoli mondiali – senza bisogno delle misure straordinarie di questi giorni –, e sotto svariati aspetti anche più efficienti. Nuove infrastrutture, metropolitane impeccabili, pulizia, locali moderni e una leggendaria ospitalità. Tutto innegabile.

E i fan di tutto il mondo – che difficilmente avranno a che fare con un tribunale, dovranno chiedere qualche licenza, visiteranno un ospedale di periferia o manifesteranno per i diritti di qualche minoranza – porteranno a casa una splendida impressione e magnifici ricordi.

Impressioni, appunto.

Perché quello che il whitewashing di Russia 2018 cerca di cancellare è un apparato liberticida, che si fa davvero fatica a chiamare dittatura, ma che per molti attivisti, giornalisti, oppositori politici, omosessuali e appartenenti alle minoranze ne ha sempre di più le sembianze.

L’informazione è saldamente nelle mani del Cremlino. I pochi esempi di stampa e tv libere sono prodotti di nicchia e sono costretti a lavorare in una gabbia di norme sempre più invasive. Il web, che finora ha goduto di una eccezionale libertà in confronto agli altri media, sta subendo una stretta di vite senza precedenti. La chiusura dell’app di messaggistica Telegram, molto più popolare di Whatsapp in Russia, ha comportato il blocco di milioni di indirizzi Ip da parte del Roskomnadzor, l’ente di controllo delle comunicazioni. L’effetto è stato mandare offline decine di siti, da Spotify ad Amazon.

Norme liberticide – come la nefanda legge contro la “propaganda omosessuale” o la legge contro l’“estremismo” – fanno pagare con il carcere un like su Facebook o una bandiera ucraina sventolata in Crimea. Secondo Human Rights Watch, da settembre 2015 a febbraio 2017 almeno 94 persone sono finite in prigione per aver espresso un’opinione. Non si contano quelli che hanno pagato una multa o sono stati condannati ai servizi sociali.

Gli ultimi gironi (dell’inferno)

E ci sono regioni della Russia in cui la situazione dei diritti umani è da gironi dell’inferno. Nella Cecenia governata con potere assoluto da Ramzan Kadyrov, da oltre un decennio il plenipotenziario di Putin a Grozny (scelta come ritiro dalla nazionale egiziana), lo scorso anno almeno un centinaio di gay – ma forse sono di più – sono stati arrestati e torturati in quello che forse è il peggior pogrom antigay della contemporaneità. Alcuni sono scomparsi, molti sono ancora detenuti in carceri segrete. Per rigettare le accuse di una pulizia di genere guidata dalle autorità, Kadyrov ha dato una risposta da brividi: «Non abbiamo gay in Cecenia».

Nella Crimea occupata e annessa illegalmente nel 2014, decine di musulmani della corposa etnia tatara – che sotto l’Ucraina godeva di autonomia e autogoverno – sono stati cacciati o arrestati. Il dissenso è represso con severità esemplare, come nel caso di Igor Movenko, condannato, appena un mese fa, a due anni di carcere per un post filoucraino su VKontakte.

Sono 65 gli ucraini prigionieri politici in Russia. Le accuse sono sempre le stesse, terrorismo, spionaggio, estremismo. Il nome più famoso è quello del regista crimeano Oleg Sentsov, in carcere in Siberia dal 2014. Da maggio Sentsov è in sciopero della fame per chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici come lui. Alla vigilia dei Mondiali, l’Unione europea ha fatto formale appello alla Russia di liberarlo immediatamente e senza condizioni. L’appello è caduto nel vuoto. E i mondiali sono ancora ai primi gironi.

@daniloeliatweet

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