Le proteste a Mosca non sono un pericolo per Putin

Nonostante le manifestazioni degli scorsi giorni siano un segno che il gradimento del presidente non sia così granitico come può apparire, è decisamente troppo poco per pensare che i russi possano liberarsi di Putin. 

Photo credit: BBC World
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Partiamo da un dato. Secondo un sondaggio del Levada Center condotto all’inizio di marzo, sette russi su dieci ritengono Putin “del tutto” o “in larga misura” responsabile della corruzione in Russia. Per la precisione, il 67% degli intervistati in 48 diverse regioni della Russia.

Le decine di migliaia di persone scese nelle piazze di diverse città russe negli scorsi giorni sembrano una testimonianza di questo dato. Nello stesso tempo, però si tratta di un numero esiguo di manifestanti, rispetto alla popolazione.

Dall’altro lato, la durissima reazione della polizia – che ha arrestato nell’immediatezza un migliaio di manifestanti e ne detiene ancora una sessantina – è da alcuni analisti ritenuto un segno che il Cremlino ha paura. E, dicono, quando un regime ha paura può succedere di tutto.

Eppure, non è questo il caso. E i russi che non lo gradiscono dovranno tenersi Putin ancora a lungo.

Legalità

La reazione del sistema non è sintomo di paura, ma di forza. L’impianto repressivo messo in piedi negli ultimi anni dal Cremlino si fonda sulla legge. Lo ha detto Putin stesso nelle ore immediatamente dopo le proteste. «Tutti si devono comportare secondo la legge nell’ambito politico», ha detto riferendosi alle opposizioni che hanno manifestato senza autorizzazione. «Quelli che vanno oltre le regole devono essere puniti secondo le leggi russe». Un discorso che non fa una piega.

Il sistema di norme draconiane varate negli scorsi anni è tale da lasciare alle autorità un larghissimo arbitrio sulla sorte dei cittadini che dissentono. Su leggi in bilico sul crinale tra democrazia e repressione totalitaria, senza mai cadere nettamente da un lato o dall’altro.

Come l’articolo 212.1 del codice penale, introdotto nel 2012, che punisce con il carcere chi prende parte per più di una volta in sei mesi a una manifestazione non autorizzata, cosa altrimenti punita con una multa. È una legge che comprime il diritto di manifestare, pur senza negarlo del tutto. In più, è stata applicata finora solo in un caso, quello dell’attivista Ildar Dadin, per giunta annullato dalla corte suprema. Un esempio di funzionamento apparente dello stato di diritto, ma che farà pensare due volte chiunque voglia scendere in piazza in futuro. 

Il controllo della piazza

Durante le manifestazioni degli scorsi giorni non abbiamo assistito ad alcun abuso della polizia in senso stretto. Le forze dell’ordine hanno agito (tranne in alcuni casi denunciati dagli attivisti) nella piena legalità, in maniera non molto diversa da quanto avviene solitamente nelle altre capitali d’Europa. È la dimostrazione che il governo russo ha in ogni momento il pieno controllo della piazza, anche quando sembra che lo stia perdendo: a Putin non serve ricorrere a metodi sanguinari.

Il Cremlino ha dimostrato finora di saper dosare molto attentamente l’uso della forza contro il dissenso. Con una gradazione sempre proporzionata al pericolo che i manifestanti possono rappresentare. Gli eventi più gravi si sono verificati nel 2012 a Bolontaya, e da allora non c’è stato bisogno di usare nuovamente il pugno duro, se non in casi sporadici e individuali.

Gli stessi mezzi d’informazione controllati dal governo, che in un primo momento avevano ignorato le manifestazioni, non hanno poi nascosto quanto stava succedendo. Un elemento in più che fa capire come non ci sia alcun timore tra i corridoi del Cremlino.

Manca un anno alle elezioni presidenziali e la maggioranza di quei sette russi su dieci che ritiene Putin responsabile della dilagante corruzione è pronta a perdonargli ogni cosa. Persino il fatto che lasci a qualche migliaio di giovani la libertà di scendere in piazza di tanto in tanto. 

@daniloeliatweet

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