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Perché l’Unione eurasiatica non è un buon affare

Quando Vladimir Putin, all’indomani dell’annessione della Crimea, pronunciò il famoso discorso sulla difesa dei russi in qualunque Paese si trovassero, un brivido percorse le schiene degli ucraini e dei baltici. Ma a due persone, più di ogni altra, si rizzarono i capelli in testa. E non si trovavano né a Kiev né a Riga.


Photo from Kevin Hartnett's blog, Boston.comPhoto from Kevin Hartnett's blog, Boston.com

Fu Nursultan Nazarbayevad avere per primo l’idea di un’unione economica tra ilsuo Kazakistan, la Russia e altri stati ex sovietici. L’idea piacque subito a un altro uomo della stessa stoffa di Nazarbayev. Aleksandr Lukashenko era talmente entusiasta che si spinse a pensare a una fusione della sua Bielorussia con la grande madre russa. Era il 1994. L’Unione sovietica si era dissolta da meno di due anni, sul cassero del Cremlino stava saldo Boris Eltsin come in un marein tempesta e Vladimir Putin non era che uno sconosciuto consulente del sindaco di San Pietroburgo. Nazarbayev e Lukashenko non avrebbero mai potuto prevedere che quell’idea un giorno sarebbe diventata una realtà molto diversa da come l’avevano immaginata.

Unione (eur)asiatica

Qualche giorno fa Putin ha ratificato la parte russa dell’Unione economica eurasiatica. L’accordo era stato siglato già il 29 maggio scorso, con lo scambio delle ratifiche in programma il 10 ottobre e l’entrata in vigore dell’Unione il 1 gennaio 2015. A dispetto delle tappe serrate, il progetto è stato poco più di un sogno nel cassetto per quasi tutti i vent’anni precedenti.Non è bastata l’ascesa al potere di Putin per dare decisivo impulso al progetto, il tassello più importante del mosaico non ne voleva sapere di andarsi ad incastrare al suo posto. Il tarlo nella testa di Putin, l’ho scritto più volte in questo blog, è sempre stata l’Ucraina. Quando ha cominciato a prendere forma, inizialmente come unione doganale tra gli stessi tre Paesi fondatori, il sogno di Putin sembrava a portata di mano proprio nel momento in cui si è infranto sulla Maidan di Kiev. Putin ha perso l’Ucraina forse per sempre. E non si è trattato solo di una perdita territoriale, economica e di prestigio per Mosca, ma di uno snaturamento del carattere stesso dell’Unione.

La perdita dell’Ucraina (oltre che della Moldavia, che ha siglato l’Accordo di associazione con l’Ue già lo scorso novembre), insieme al raffreddamento dei rapporti della Russia con l’Occidente, ha spostato l’asse più a oriente del previsto. Col risultato che l’Unione sembra sempre meno europea e sempre più asiatica. E russa. Mosca da sola rappresenta già il 63% del mercato interno e comprende il 57% della massa votante, i cittadini russi o di etnia russa rappresentano 87% dei circa 170 milioni di popolazione complessiva, il rublo ha il ruolo di moneta unica di fatto e il russo la lingua franca.

“L’obiettivo principale dell’Unione eurasiatica era di diventare un’organizzazione dominante a livello regionale con un’architettura legale controllata da Mosca”, ha detto al Foreign policy il politologo Alexander Cooley. “Ma i fatti della Crimea hanno mostrato che Putin è più che altro alla ricerca di qualcosa che leghi gli altri Paesi nell’orbita politica ed economica di Mosca”.

Ma non si tratta solo di un predominio economico e politico, e lo si è visto chiaramente dopo l’annessione della Crimea.

Una fredda adesione

Le parole di Putin sul diritto di intervenire in difesa della diaspora russa nei Paesi dell’ex Urss, hanno fatto svanire di colpo i sorrisi dalle facce di Nazarbayev e Lukashenko.La spiacevole sensazione di assumere il ruolo di soci di minoranza in una creatura che sempre più è espressione del revanscismo putiniano sembra essersi impadronita del bielorusso e del kazako, che devono subito aver pensato ai russi di casa propria.

Nazarbayev ha cominciato a mostrare sempre più forti tentennamenti. “A essere sinceri, sfortunatamente ci sono alcuni uomini politici che vogliono saltare subito a un’unione economica con gli attuali sistemi. Naturalmente non sarebbe un bene per l’Unione”, ha detto pochi giorni fa. “Non sono per questi metodi e per le decisioni prese di fretta. Ci sono state un sacco di decisioni frettolose su integrazione e cooperazione tra i Paesi della Csi di cui nessuno si ricorda più. Non vogliamo ripetere gli stessi errori”. E dire che l’idea era stata sua. Nazarbayev deve aver certamente pensato al calo delle esportazioni e alla svalutazione forzata del tenge, la moneta kazaka, per stare al passo col crollo del rublo, ma anche ai 4 milioni di Russi che dopo il crollo dell’Urss si sono trovati a vivere al di qua del confine, nelle regioni settentrionali del Kazakistan.

Ma è stato il presidente bielorusso, prima ancora di interpretare il ruolo di mediatore nei colloqui di pace, a usare le parole più chiare. “Non è un male che la Crimea sia ora parte della Russia, ma un brutto precedente è stato creato”, ha detto Lukashenko. “Non riconosciamo le Repubbliche autonome di Donetsk e Lugansk. Siamo completamente in disaccordo. Non vogliamo la disintegrazione dello Stato ucraino”. E addirittura, pochi giorni prima della firma dell’accordo sull’Unione, in un’intervista al canale dell’opposizione russa Dozhd TV, ha più volte criticato la politica espansionistica russa, arrivando a dire che “Combatterei qualunque invasore della Bielorussia, fosse anche Putin”. Non si sa se pensava all’Unione eurasiatica.

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