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Perdendo la Crimea

L’embargo alla penisola occupata dai russi è una strategia miope. Il taglio della corrente elettrica e il blocco delle merci hanno un duplice effetto negativo dal punto di vista di Kiev. Aumentano i sentimenti antiucraini e accelerano il processo di integrazione russa.  

Photo: EPA/Vostok
Photo: EPA/Vostok

La scorsa settimana, anonimi sabotatori hanno abbattuto a colpi di bazooka due tralicci dell’alta tensione che dall’Ucraina continentale alimentano la rete elettrica della Crimea. L’azione – non c’è bisogno di alcuna rivendicazione – è certamente opera delle frange più estreme dei nazionalisti. Che sono giustamente imbestialite per l’annessione armata della penisola. Probabilmente gli stessi gruppi che da due mesi bloccano le vie d’accesso alla Crimea nell’inerzia del governo.

Prova che ancora una volta i gruppi estremisti ucraini sfuggono al pieno controllo del governo e finiscono per condizionarne le scelte politiche. Tanto che sorge il lecito sospetto che a qualcuno a Kiev faccia comodo lasciare il lavoro sporco a bande di uomini incappucciati e in mimetica, lavandosene le mani.

Intanto, la Ukrenergo – la compagnia elettrica ucraina – non ha ancora riparato i tralicci e gli abitanti della Crimea sono ancora al buio. E ancora una volta, a pagare le spese sono le persone e non i politici.

Reti

La Crimea in un certo senso è sempre stata ucraina, e non ha mai smesso di esserlo. L’intero sistema vegetativo e neuronale è legato a doppio filo a Kiev. La rete elettrica dipende al 90% dalla produzione delle centrali di Zaporizhzhia e Kakhovka, da cui provengono le linee tranciate. Il gas arriva esclusivamente dalla diramazione meridionale del tratto Sreblinka-Izmail del gasdotto Soyuz. L’acqua nelle case scorre attraverso il canale Nord Crimea alimentato dalla riserva di Kakhovka. E così, le telecomunicazioni e le reti di servizio. E infine, le strade. Del resto, la Crimea continua a essere una penisola attaccata all’Ucraina, e non alla Russia.

A Mosca, però, si sta lavorando intensamente contro la geografia.

Il progetto più grande è certamente il ponte sullo stretto di Kerch. Un’opera che, quando sarà completata, di fatto legherà la Crimea fisicamente alla Russia. Un progetto da 3 miliardi di dollari per superare i 4 chilometri di mare che separano la separano dalla (nuova) madrepatria. Un salasso per le casse russe, ma anche un segnale fortissimo al mondo intero. I lavori se li è aggiudicati a gennaio scorso la SGM Group del miliardario Arkady Rotenberg, amico intimo di Putin. Il progetto è stato approvato a giugno e i lavori sono cominciati già la scorsa estate con la realizzazione di un ponte di servizio. Il ponte vero e proprio sarà un sistema di 19 chilometri che partirà dalla penisola di Taman, poggerà su una striscia di terra già esistente e sull’isolotto sabbioso di Tuzla e approderà alla periferia sud di Kerch. Avrà una campata di 35 metri per consentire il passaggio alle navi e ospiterà un’autostrada a quattro corsie e due linee ferroviarie. Dovrebbe essere aperto entro il 2019 e c’è da giurarci che lo sarà.

Crimea bye bye

Non c’è solo il ponte. Dopo che l’Ucraina ha ridotto il volume d’acqua nel canale Nord Crimea, il genio militare russo ha steso una rete idrica di 24 condotte che pescando da altrettanti pozzi artesiani alimentano il canale lasciato a secco. Il nuovo gasdotto Crimea-Kuban, un progetto da 368 milioni di dollari, collegherà la rete del gas crimeana a quella russa passando sul fondo dello stretto di Kerch entro il 2018. Mentre un cavo elettrico sottomarino da 800 megawatt e 800 milioni di dollari renderà la Crimea autonoma anche dalla corrente ucraina.

La politica degli embargo e dei sabotaggi non favorirà certo un (improbabile) ritorno della Crimea all’Ucraina. Anzi. Oltre ad alimentare il risentimento dei crimeani che si sentono bersaglio di Kiev dà alla Russia una spinta in più per completare l’annessione anche sotto l’aspetto delle infrastrutture. E, in ultima analisi, sembra quasi suggerire l’idea che l’Ucraina già non consideri più quella terra e la sua gente come propri e li abbia abbandonati al proprio destino. Che senso avrebbe altrimenti lasciare una regione del Paese e i suoi abitanti al buio e senz’acqua?

@daniloeliatweet

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