Quel segno meno che ha fatto fare marcia indietro alla Russia in Ucraina

Il ministero dell’Economia ha fatto sapere che il Pil russo a giugno si è contratto del 4,2% rispetto allo scorso anno. Il picco più profondo dal 2009, anno della crisi globale. La causa principale è il crollo del prezzo del petrolio. Ma c’è chi dice che è anche effetto delle sanzioni occidentali. Ecco perché quella cifra potrebbe essere dietro al cambio di rotta russo sul conflitto in Ucraina.

Peter Schrank/The Economist
Peter Schrank/The Economist

 L’ottimismo sullo stato dell’economia russa si infrange contro le cifre diffuse dal Ministero dell’Economia questa settimana. Il dato del 4,2% è in linea con quello del primo trimestre, diffuso dalla banca centrale ad Aprile e conferma i timori – e le funeste profezie – di chi vede un 2015 nero per Mosca.

A volerne trovare a tutti i costi uno, il dato curioso è che la contrazione della ricchezza del Paese è esattamente pari a quella che sta vivendo l’Ucraina, alle prese con una guerra che costa quasi 10 milioni di dollari al giorno e con l’emergenza di 1,5 milioni di rifugiati interni. Il confronto non è così campato in aria. Secondo molti, infatti, a portare in rosso i conti russi sono due fattori principali, il prezzo del petrolio e le sanzioni economiche di Usa ed Europa in risposta all’anschluss della Crimea e alla guerra sotto copertura in Donbass.

L’economia dei 100 dollari al barile

Per verificare che il primo dei due motivi sia già di per sé valido, basta prendere i grafici del prezzo del greggio, del pil e del cambio rublo/dollaro e sovrapporli. Non si capisce più quale sia l’uno e quali gli altri.

E la spiegazione è semplice. Se prendiamo la classifica dei Paesi esportatori di petrolio, vediamo che la Russia è seconda dopo l’Arabia saudita, insieme alla quale genera quasi un quinto di tutto l’export mondiale. Per fare un confronto, gli Stati uniti sono 47simi, pur essendo i secondi produttori al mondo, per via del loro immenso fabbisogno energetico. Ovvio che un prezzo basso del greggio danneggia gravemente la Russia.

L’economia di Mosca poggia letteralmente sull’export energetico, che costituisce addirittura il 65% di tutto l’export e il 34% del Pil. Per avere un’idea della dipendenza dell’economia russa dalla vendita di gas e petrolio basti pensare che il bilancio pluriennale sta in piedi grazie a un calcolo del prezzo del greggio di 100 dollari al barile. E il prezzo del gas, altra voce fondamentale dell’export russo, è ancorato a quello del petrolio.
È chiaro che un prezzo come quello attuale, di circa 60 dollari al barile, nel medio e lungo periodo fa saltare completamente i conti. E le sanzioni?

Cambio di strategia

Non lo sapremo mai veramente. Tra sanzioni e controsanzioni, tra chi dice che colpiscono l’economia e chi dice che la stimolano, e chi dice che danneggiano più noi che loro, è praticamente impossibile quantificarne il costo per le casse di Mosca. Si può provare però a intuirne la portata.

Scartando l’ipotesi fantasiosa secondo cui il blocco delle commesse e delle importazioni dall’Europa starebbe stimolando le industrie russe a svecchiarsi e a fare da sole, c’è da scommettere che con questa congiuntura economica se non ci fossero sarebbe tanto meglio. Del resto, tra le righe di un’ostentata e orgogliosa superiorità, la diplomazia russa lavora da tempo per non estenderle e, magari, farle rimuovere. E c’è chi giura che il cambio di passo in Donbass sia l’effetto più visibile. Rinunciato a ogni intenzione espansionistica, accantonato il progetto di Novorossija, e avendo anzi più volte richiamato l’integrità territoriale dell’Ucraina, il Cremlino punta tutto sugli accordi di Minsk per farsi portatore di pace e ottenere la rimozione delle sanzioni.

Messa una pietra tombale sull’annessione della Crimea – che pare non interessare più a nessuno – Usa e Ue stanno assecondando. E chi si accollerà il Donbass devastato dalla guerra?

@daniloeliatweet

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