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Rapporto Nemtsov. Niente cambia

Pubblicato in russo il rapporto sulla guerra in Ucraina su cui stava lavorando Boris Nemtsov prima di essere ucciso. Dati e fonti riportate confermano il coinvolgimento russo nel conflitto. Cose che tutto il mondo già sapeva e che non spostano di un millimetro l’azione diplomatica occidentale.

Immediatamente dopo la pubblicazione del famoso report su cui stava lavorando Boris Nemtsov, significativamente intitolato Putin.Guerra, i titoli dei giornali si sono concentrati sul dato apparentemente più eclatante: più di 200 soldati russi tornati in patria dall’Ucraina dentro sacchi di plastica neri. Eppure, questa informazione non solo non è di per sé sensazionale, ma non aggiunge nemmeno nulla di nuovo a quello che già sapevamo sulla guerra in Ucraina e sul coinvolgimento russo.

Nonostante il Cremlino si ostini a negare l’intervento di truppe regolari russe in Ucraina e la fornitura di armi ai separatisti, il ruolo di Mosca nella guerra in Donbass è solo un segreto di Pulcinella. In più, il governo russo non ha mai negato la presenza di russi tra le milizie separatiste, affermando (talvolta in spregio all’evidenza) che si tratta solo di volontari. Anche l’esistenza di numerosi Cargo 200 – il nome in codice per il trasporto dei caduti – attraverso il confine era stato già ampiamente documentato da giornalisti indipendenti e testimoni locali. L’impressione è che si tratti più che altro di una mossa politica dell’opposizione contro Putin.

Niente di nuovo

In realtà un po’ tutto il rapporto non è altro che una collazione di informazioni già conosciute e sparse qua e là. Le fonti sono perlopiù giornalistiche, tratte da articoli e reportage già comparsi sulla stampa russa indipendente. Ma ci sono anche testimonianze dirette e informative dei servizi ucraini.

In una parola, si potrebbe dire che il rapporto non ha quella forza capace di mettere in discussione la versione del Cremlino, non più di quanto almeno facessero già prima i giornalisti indipendenti. Da questo punto di vista, sembra confermare l’ipotesi che non sia per questo che Nemtsov è stato ucciso, come invece qualcuno aveva ipotizzato. Sarebbe davvero poco come movente.

Che la Russia stia controllando a distanza la guerra in Donbass è un segreto solo per chi non lo vuole vedere. Io stesso ho raccolto a Donetsk numerose testimonianze dirette della presenza di militari russi di alto grado, di truppe regolari almeno in alcune occasioni e di come avvenga il reclutamento nelle città al di là del confine.

Quanto riportato in Putin.Guerra coincide anche con l’ipotesi fin qui più probabile, e cioè che a parte un supporto generale ai separatisti, l’intervento di corpi regolari dell’esercito russo sia avvenuto nei momenti cruciali della guerra e che hanno segnato le maggiori vittorie dei filorussi, come a Ilovaisk e Debaltseve.

Una fonte d’informazione per i russi

Pur con i suoi limiti, il documento ha però il merito di mettere in fila una serie di informazioni sparpagliate, facilitandone la comprensione nell’insieme e la loro diffusione. Inoltre, tra le sue righe si trovano comunque delle informazioni interessanti, finora rimaste un po’ in sordina. Come il ruolo determinante dei soldati ceceni, apparsi in Donbass sin dai primi giorni della rivolta, e la questione dei mercenari. “Il capo dell’associazione dei veterani delle forze speciali di Sverdlovsk, Vladimir Yefimov”, si legge nel rapporto, “ha confermato che i ‘volontari’ russi impiegati nelle operazioni di combattimento in Donbass ricevono dei soldi. Circa 60-90mila rubli al mese per i soldati, dai 120 ai 150mila ai gradi più alti”.

La freddezza con cui è stata accolta la sua pubblicazione dalle diplomazie occidentali lascia intendere che non sposterà di un millimetro la loro azione nei confronti della Russia, ed è forse questo il suo limite più grande. Ma la spiegazione potrebbe averla data Mikhail Kasyanov, ex primo ministro e amico di Nemtsov. “È un documento diretto ai russi in modo che possano confrontare le informazioni e capire cosa sta succedendo. Dipendono esclusivamente dalla tivù di Stato e la propaganda non li aiuta certo a formarsi un’opinione”. Missione persino più difficile.

@daniloeliatweet

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