Rossiya Segodnya e le lacrime di coccodrillo contro la censura europea

La Lettonia ha vietato l’apertura di una sede dell’agenzia stampa a Riga. Così l’ammiraglia della (dis)informazione russa resta fuori da un Paese dell’Unione europea con più di mezzo milione di abitanti russi. Per Mosca è censura, per i lettoni è difesa dalla propaganda del Cremlino. Hanno tutti e due ragione.

Photo: TV screen frame
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 La notizia è stata diffusa con una breve agenzia dell’Associated Press. Il registro delle imprese lettone ha respinto la richiesta di registrazione della società russa che intendeva aprire una base a Riga. La ragione data dalle autorità baltiche è che lo statuto dell’agenzia stampa russa è contrario alla costituzione della Lettonia. “La società ha un mese di tempo per fare appello contro questa decisione”, hanno poi cortesemente fatto sapere ai russi. Ma c’è il forte sospetto che la decisione sia di natura esclusivamente politica e che l’eventuale ricorso rimbalzerà contro la politica antirussa che la Lettonia – come gli altri due Paesi baltici – sta portando avanti da tempo.

Riga, questa è la verità, teme la pervasiva (ed efficace) propaganda del Cremlino. E ha ragione. Proprio in forza di quel mezzo milione di russi – circa un quarto della popolazione, mentre i lettoni sono poco più della metà – che vive all’interno dei propri confini.

Il ministero degli Esteri russo ha diffuso immediatamente un comunicato affermando che si tratta di un atto discriminatorio e chiamando l’attenzione dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, sul caso. Anche i russi hanno ragione.

Paura

Non è il primo caso del genere. Già lo scorso aprile, la Lituania aveva messo al bando dal proprio Paese la tivù russa Rtr Planeta. Non si erano nascosti dietro a scuse. La ragione era lo spargere notizie false e incitare all’odio. A luglio, invece, le autorità inglesi hanno congelato il conto dell’agenzia sulla banca locale Barclay’s, nell’ambito delle sanzioni individuali contro il suo direttore, Dmitry Kiselyov. Per intenderci, Kiselyov è quello che aveva detto in diretta su Russia 24 di voler ridurre l’America a un ammasso di ceneri atomiche e, in un’altra occasione, di aver detto che i gay “dovrebbero essere banditi dalla donazione di sangue o sperma, e se muoiono in un incidente d’auto i loro cuori devono essere bruciati o sepolti sottoterra perché non idonei a una seconda vita”.

La propaganda dei mezzi d’informazione russi, insomma, non è un’invenzione. Lo scorso maggio il Servizio di ricerca del Parlamento europeo, Eprs, ha diffuso un documento in cui analizza l’infowar messa in atto dalla Russia. La relazione, intitolata senza mezzi termini Manipolazione russa dell’informazione sull’Ucraina e risposta dell’Unione europea, analizza uno per uno tutti gli strumenti utilizzati dal Cremlino per creare quasi da zero il soft power russo, riconoscendone un altissimo grado di successo. In altri termini, hanno ragione da vendere i lettoni a temere una base di Rossiya Segodnya in casa loro.

Censura

Ma è giusto rispondere con la censura? No. Come nel caso lituano, la decisione lettone fa a pugni proprio con quei principi di pluralismo e libertà d’espressione che si propone di difendere. E che sono minacciati dalla macchina della (dis)informazione russa. “Forse non dovremmo combattere la propaganda russa con gli stessi metodi repressivi usati in Russia”, disse allora il politologo Šarūnas Liekis. I suoi dubbi sono tuttora validi.

Chi decide cosa è propaganda? Quale sarà il prossimo mezzo d’informazione a essere censurato? Siamo sicuri di voler conferire questo potere ai nostri governi? E poi, se queste mosse sono volte a tutelare l’integrità dell’informazione, come la mettiamo col mezzo milione di russi che vive nel Paese?

Ha ragione il ministero degli Esteri russo a parlare di discriminazione. Il problema è che le loro lamentele ricordano le lacrime del coccodrillo e il ministro degli Esteri Lavrov dovrebbe prendersela con Kiselyov invece che con la Lettonia. La faccia presentabile del Cremlino però (l’espressione non è mia ma di Brian Whitmore) sa bene come fare il proprio lavoro e pretendere dai partner occidentali e dagli organismi internazionali il rispetto di quelle stesse regole di democrazia che ama calpestare a casa.

@daniloeliatweet

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