In Russia è guerra a Greenpeace

Gli ambientalisti di Greenpeace sono sempre più spesso oggetto di attacchi e intimidazioni, anche quando si limitano a controllare gli incendi nei boschi. Ecco un altro effetto collaterale della retorica anti occidentale che sta inquinando la Russia.

Incendi in Russia. REUTERS/Ilya Naymushin
Incendi in Russia. REUTERS/Ilya Naymushin

Picchiati e feriti in piena notte, minacciati con pistole e coltelli, le attrezzature rubate o distrutte. Il gruppo di 19 attivisti di Greenpeace Russia era attendato nelle campagne di Krasnodar per fare prevenzione contro gli incendi dolosi. Perché le autorità preferiscono lasciar bruciare i boschi. Il loro campo è stato attaccato di notte da uomini armati e mascherati. Hanno usato sfollagente e granate stordenti, hanno minacciato di ucciderli e farli sparire. «Quando mi hanno gettato per terra e mi hanno puntato la pistola contro ho aspettato che mi uccidessero. Invece hanno sparato nel terreno, vicino alla mia testa», ha scritto su Facebook il leader del gruppo, Grigory Kuksin.

Non un caso isolato

Quello di Krasnodar è forse il più grave, ma gli ambientalisti russi si stanno abituando a subire innumerevoli episodi di minacce e intimidazioni. Il mese scorso, un altro gruppo di ecologisti che stava documentando i rischi ambientali causati dall’attività di un’industria petrolifera nella penisola di Tajmyr, nell’estremo nord della Siberia, sono stati seguiti e filmati di nascosto. Una televisione ha poi mandato in onda il video manipolato in modo da far credere che stessero profanando dei cimiteri locali. Altri volontari che erano andati nella penisola di Yamal per monitorare i cambiamenti climatici che hanno causato una dispersione di antrace dal permafrost, si sono trovati davanti a un muro di gomma. «Da quando siamo arrivati, la polizia ci ha seguito. Poi ha arrestato il veterinario che per primo ha documentato l’antrace e due allevatori di renne che volevano parlare con noi», ha detto il capo della spedizione, Vladimir Chuprov.

E, andando un po’ più indietro con la memoria, come si fa a dimenticare il trattamento riservato al gruppo internazionale che cercò di salire a bordo della piattaforma petrolifera Prirazlomnaja di Gazprom, nel Mar di Pechora, tre anni fa?

Sterilizzare la società

Secondo la portavoce di Greenpeace Russia, Khalimat Tekeyeva, gli incidenti non sono collegati. «Stiamo parlando di tre regioni differenti, molto lontane l’una dall’altra. Per qualche ragione, però, le autorità locali avevano paura che vedessimo qualcosa che non dovevamo vedere. Per questo hanno deciso di affrontarci con i loro soliti, a volte illegali, metodi», ha detto la Moscow Times.

È difficile però negare che l’ostilità sempre più aperta verso Greenpeace sia effetto della retorica antioccidentale che pervade la dottrina putiniana e della stretta sull’attivismo civico in tutte le sue forme. «Tornatevene nella vostra America», gridavano gli aggressori mentre picchiavano gli uomini di Kuksin, secondo il suo racconto, benché tra loro non ci fosse nemmeno uno straniero.

E lo scorso 14 settembre, il ministero della Giustizia ha dichiarato un’organizzazione di ambientalisti locali in contatto con Greenpeace «agente straniero», secondo la controversa legge sulle Ong voluta da Putin.

Sergei Simak, presidente della Ong russa Lega verde è convinto che le autorità locali stiano cercando di «soffocare gli attivisti in tutti i campi, al fine di “sterilizzare” la società russa ed eliminare ogni attività pubblica indipendente».

Le uniche variabili ammesse restano consenso o apatia.

@daniloeliatweet

 

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