La commissione elettorale ha escluso Aleksey Navalny dalle presidenziali di marzo. Il rivale più agguerrito non aveva alcuna chance di battere Putin, ma è il segno che al Cremlino non serve più neanche mantenere una parvenza di elezioni libere. Ora in campo resta solo l’opposizione amica

Il viso di Alexei Navalny appare in un maxi-schermo durante una manifestazione a sostegno della sua candidatura, lo scorso 24 dicembre a Mosca. REUTERS

I tredici componenti della commissione elettorale centrale russa hanno fatto un po’ come il cacciatore che si fa fotografare accanto a un leone morto di vecchiaia. La loro è stata una decisione facile, dato che sulla testa di Alexei Navalny pende una condanna a cinque anni di carcere per corruzione. Una condanna per un’accusa, dice l’ex candidato, politicamente motivata e contro la quale ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.


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La decisione era tanto scontata che lo stesso Navalny aveva preregistrato in un video la sua reazione alla vigilia della riunione della commissione. «La procedura alla quale ci stiamo avvicinando non è un’elezione. Solo Vladimir Putin e i suoi candidati scelti vi prenderanno parte. Andare alle urne ora significa votare per le menzogne e la corruzione», ha detto Navalny prima di chiamare l’elettorato a boicottare le elezioni. «Dichiariamo lo sciopero degli elettori, boicottiamo le urne. Noi non riconosceremo il risultato».

 Opposizione amica

Un endorsement, al veleno, Navalny lo ha incassato quasi subito. Ksenia Sobchak – giornalista di idee liberali, figlia di uno stretto alleato di Putin e candidata indipendente alla corsa presidenziale – gli ha infatti offerto un posto nella sua campagna elettorale, chiedendogli di non boicottare le elezioni. «Sarebbe un’ingiustizia mostruosa. Le elezioni sono l’unico modo che abbiamo di cambiare le cose, boicottarle è inutile e dannoso», ha scritto Sobchak su Instagram subito dopo il video di Navalny.

Molti osservatori sono convinti che la candidatura di Sobchak sia solo una pagina del copione scritto dal Cremlino per far sembrare le elezioni presidenziali di marzo legittime e favorire la polverizzazione del voto d’opposizione. Già a settembre il quotidiano Vedomosti aveva scritto che l’amministrazione presidenziale stava prendendo in considerazione di chiederle di candidarsi. «È una bugia» scrisse allora Sobchak sul suo blog. «Non ho mai avuto alcun contatto diretto né indiretto con la presidenza su questo. Non ho bisogno della loro benedizione».

Il padre di Ksenia, Anatoly, è stato una figura di primo piano. Sindaco di San Pietroburgo negli anni 90 quando Putin era il suo vice. E Putin stesso si è detto in molte occasioni in debito nei suoi confronti. La candidatura di Sobchak è per alcuni solo un’operazione di maquillage per rinfrescare l’immagine di "opposizione amica”.

Russia 2024

Navalny non ha risposto all’offerta di Sobchak. Difficile che potrebbe farlo. Intanto ha proposto ricorso contro la decisione della commissione elettorale centrale, pur sapendo di avere ben poche chances. «Ovviamente faremo ricorso alla Corte costituzionale, anche se siamo perfettamente consci del fatto che anch’essa è parte del sistema». Lo stesso sistema contro cui Navalny è riuscito a costruire una rete di 83 uffici e circa 200mila volontari in tutto il Paese. E nel giorno della sua candidatura a raccogliere le 15mila firme necessarie in 20 diverse città, come chiede la legge.

Quel sistema oggi non è più disposto a correre il minimo rischio di rovinare la festa annunciata per il quarto mandato di Putin. E nello stesso tempo, quel sistema sembra oggi meno preoccupato di mantenere una parvenza di democraticità delle elezioni presidenziali. Tanto che si potrebbe saltare a piè pari l’investitura annunciata del 2018 e spingersi già alla scadenza del mandato nel 2024. Abbiamo già visto come, 12 anni fa, il limite dei due mandati consecutivi è stato aggirato con la staffetta Putin-Medvedev. Tra sei anni zar Vladimir potrebbe non avere più così tanto tempo a disposizione.

@daniloeliatweet

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