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Se il prezzo del petrolio fa cadere Putin

C’è una teoria affascinante che lega la caduta dell’Unione sovietica al crollo del prezzo del petrolio negli anni 80 dello scorso secolo. E c’è un’opinione diffusa tra gli economisti e gli esperti di Cremlino secondo cui la Russia di oggi si fonda sul prezzo del greggio. “L’economia dei cento dollari a barile”, la chiamano. La storia a volte si ripete, e se questo fosse il caso?

 
Photo:Alexey Druzhinin/AFP/Getty Images

Lo scorso giovedì l’Opec ha deciso di non tagliare la produzione di petrolio, come solitamente fa quando il prezzo al barile segna un trend in discesa che non accenna a fermarsi. L’Opec è un’organizzazione prevalentemente mediorientale, di fatto guidata dall’Arabia saudita. Né gli Stati uniti (secondo produttore mondiale di petrolio dopo l’Arabia saudita) né la Russia (terzo, secondo i dati definitivi 2012, ma primo secondo le stime 2013) ne fanno parte. La decisione dei petrolieri è stata vista diversamente dagli osservatori, come mossa saudita per danneggiare gli Usa, che hanno un costo di produzione elevato, o come mossa a guida americana per danneggiare la Russia, la cui economia dipende direttamente dal prezzo del greggio. Cerchiamo di capirci di più.

L’economia dei 100 dollari a barile
Se rivediamo la classifica dei Paesi produttori di petrolio dal punto di vita dell’export, però, le cose cambiano. La Russia è seconda dopo l’Arabia saudita – insieme generano quasi un quinto di tutto l’export mondiale – mentre gli Stati uniti sono addirittura 47simi, per via del loro immenso fabbisogno energetico. In più, l’Arabia saudita fornisce circa il 15% di tutto il petrolio che gli Usa importano. Stando così le cose, un prezzo basso del greggio è quasi un vantaggio per l’America mentre sembra danneggiare principalmente i sauditi e la Russia.
L’economia di mosca poggia letteralmente sull’export energetico, che costituisce addirittura il 65% di tutto l’export e il 34% del Pil. Per avere un’idea della dipendenza dell’economia russa dalla vendita di gas e petrolio basti pensare che il bilancio pluriennale sta in piedi grazie a un calcolo del prezzo del greggio di 100 dollari al barile. E il prezzo del gas, altra voce fondamentale dell’export russo, è ancorato a quello del petrolio.
È chiaro che un prezzo come quello attuale, di circa 60 dollari al barile, nel medio e lungo periodo fa saltare completamente i conti.

Un patto con i russi
Secondo molti storici, il calo del prezzo del greggio negli anni 80 del Novecento ha giocato un ruolo determinante nell’implosione dell’Urss. Da quel punto di vista oggi la Russia non è molto diversa dall’Urss. Anzi, per certi versi è persino più fragile. Il rublo è soggetto alla fluttuazione dei cambi – a differenza del suo antenato sovietico – e anche su quel fronte le cose stanno andando piuttosto male. Mosca deve importare praticamente tutto, dai prodotti dell’industria leggera alla frutta, e gli costa sempre di più.
Anche il rapporto tra cittadini e potere non è molto diverso dai tempi dell’Urss. Il fortissimo consenso popolare costruito da Putin in questi quasi 15 anni si basa principalmente su un patto con i russi: io vi restituisco l’orgoglio di vivere in questo Paese e voi rinunciate a un po’ di libertà, io vi do stabilità e voi rinunciate al controllo democratico sulle istituzioni, io distribuisco la ricchezza e voi non sindacate sul metodo che uso. È in fondo lo stesso patto siglato con gli oligarchi: io vi faccio arricchire e voi non mettete in discussione il mio potere. 
Ora che la gallina dalle uova d’oro minaccia di smettere di covare, l’oligarchia che sostiene il Cremlino potrebbe chiedere un cambio di marcia o persino di guida. E anche il patto con Putin potrebbe improvvisamente non andare più bene ai russi.

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