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Siria e Ucraina. Scenari diversi, stesso disegno, posta in gioco più alta

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Gli “omini verdi” sono arrivati in Siria e si sono rimessi le mostrine. E non è cosa da poco. L’arrivo dei militari russi in Siria, che aveva avuto inizio al solito sotto copertura, ora è alla luce del sole. Un salto di qualità della stessa politica che Putin sta portando avanti sin dall’intervento in Ucraina.

Photo:Reuters
Russian President Vladimir Putin cups his ear to listen to a question as he departs after a summit on the Ukraine crisis at the Elysee Palace in Paris, France, October 2, 2015. France hosted a meeting with leaders of Russia, Germany and Ukraine in Paris for talks about Ukraine. REUTERS/Philippe Wojazer

Si tratta di alzare un po’ l’asticella. E vedere le mosse degli avversari. Anzi, aspettare che gli avversari non facciano alcuna mossa, per poi alzarla ancora un po’. L’Europa ha abdicato del tutto a una propria politica estera, mentre Obama sembra ci stia prendendo gusto a incassare. Intanto la Russia agisce.

I bombardamenti aerei russi in Siria – con un oltraggioso preavviso di una sola ora alle forze americane nell’area – sono solo l’ultima mossa in ordine di tempo di Putin. Che sta mettendo gli Usa alle corde.

Secondo alcuni esperti militari, il tipo di armamenti schierati sarebbe inadatto a colpire le piccole basi dei guerriglieri dell’Isis e molto più efficace contro mezzi pesanti e aerei o droni. Tipo quelli americani.

A voler essere onesti, si tratta di un vero capolavoro di politica estera di Putin e del suo infaticabile sherpa Lavrov, il ministro degli esteri. Un disegno cominciato ad abbozzare già un paio d’anni fa, con l’accordo sull’arsenale chimico di Bashar al-Assad. Un disegno che ha preso forma con l’annessione della Crimea e la guerra in Donbass, e che adesso si sta completando in Siria.

A voler essere ancora più onesti, si potrebbe aggiungere – come dicono i fan di Putin – che la Russia non sta facendo niente di diverso da quello che l’America ha sempre fatto: curare i propri interessi nel mondo. E la Siria è un suo interesse.

Il regime amico di Assad, messo in pericolo non solo dall’avanzata dell’Isis, obiettivo dichiarato dei russi, ma anche dalle forze di opposizione del Free Syrian Army, armate e finanziate dagli americani, ha garantito finora l’esistenza dell’unica base navale russa nel Mediterraneo. Come per difendere la preziosissima flotta del Mar Nero ormeggiata in Crimea un anno e mezzo fa, Mosca oggi non vuole perdere il suo piede nel mediterraneo.

Un piede nel Mediterraneo

In realtà non si tratta di una vera e propria base. Quella di Tartus, nel sud della Siria, è classificata dalla marina russa come “punto di assistenza tecnica e di materiale”. Era attivo sin dai tempi sovietici, data la lunga tradizione di fornitura di armi alla Siria. Dopo la caduta dell’Urss era caduto in disgrazia. Ma già nel 2010 l’allora ammiraglio della marina russa Vladimir Vysotsky svelò il progetto di ammodernarlo e ampliarlo per consentire l’ormeggio delle più grandi navi di cui Mosca dispone, fino alla portaerei Kuznetsov. La guerra in Siria ha fermato il progetto, prima di diventare un’opportunità.

Avere una base navale operativa sulla costa siriana consentirà alle navi della flotta del Mar nero di salpare dalla Crimea, attraversare il Bosforo e spandere il raggio d’azione della marina russa a tutto il Mediterraneo. Perché ciò sia possibile, sono necessarie due cose: che Assad resti saldo al potere e che gli americani facciano quello che vuole Mosca. Al massimo che si comportino da gregari in una coalizione guidata dalla Russia.

È una sfida diretta, che alza la posta in gioco e rafforza l’aggressiva politica estera russa, un pericolo per la stabilità internazionale. Ma hanno ragione coloro che chiedono dialogo con la Russia. La contesa non si può certo risolvere con la forza. Bisogna però dire chiaramente che dialogo non significa sconti sulle sanzioni per l’annessione della Crimea e la destabilizzazione dell’Ucraina.

@daniloeliatweet

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