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Una sonata a Putin nell’etere italiano

La lunga agiografia di Vladimir Vladimirovich trasmessa da Rete 4 ha rappresentato l’ennesima notte dell’informazione italiana (e non perché sia andata in onda a tarda ora). Il “documentario” era un omaggio servile al presidente, un mega spot diretto agli italiani, una storiella edulcorata e patinata. E allora, qual è la novità?

Non capisco davvero lo stupore espresso da molti che hanno visto la lunga pseudo intervista a Putin doppiata in italiano. Contestualizziamo. Siamo su Rete 4, in seconda serata. La tv di Emilio Fede, per intenderci. Bene, il canale più berlusconiano tra i canali di Berlusconi decide di mandare in onda un filmino sulla vita del presidente russo impacchettato dalla tv di Stato russa. Cosa ci si poteva aspettare?

Omissioni

Un’ora e 40 minuti di beatificazione dello zar. Una storia patinata che ricorda da vicino un opuscolo recapitato in tutte le cassette delle lettere degli italiani alcuni anni fa. Il leader si alimenta col mito. Il mito si alimenta con i media. Ai media ci pensa Berlusconi.

La penosa ora e 40 ripercorre la storia della Russia dalla fine degli anni 90, momento dell’ascesa al potere dello sconosciuto agente del Kgb, fino a oggi. O meglio, ieri. Perché dei bombardamenti in Siria non c’è traccia.

Ci sono invece tutte le tappe più importanti di questi quindici anni di regno (di fatto) ininterrotto. Tutte, secondo la versione dei biografi di corte.

C’è la guerra agli oligarchi. Senza dire che è stata combattuta solo contro quelli che non si allineavano al suo volere. Senza dire con quali strumenti l’ha combattuta. Senza un solo cenno a Khodorkovsky. E al giornalista che gli chiede come sia riuscito a convincere gli altri a seguirlo, risponde con un ghigno “Con metodi diversi”.

C’è la tragedia del Kursk, il sommergibile inabissatosi col suo equipaggio. Ma nemmeno un cenno ai metodi usati per mettere a tacere le proteste delle madri dei marinai. Iniezioni di sedativi in piena conferenza stampa.

C’è la presa di ostaggi al teatro Dubrovka, ma neppure un cenno ai 130 spettatori morti, uccisi dalle forze speciali durante l’irruzione e non dai terroristi. E suonano oltraggiose le parole di Nikolai Patrushev, allora capo dell’Fsb, quando dice che “l’obiettivo principale era salvare gli ostaggi”.

La versione di Putin

Sono i comprimari di questa storia a tessere le lodi del loro capo. Gli amici del circolo di Pietroburgo, i siloviki, gli uomini che hanno fatto la loro fortuna all’ombra dello zar. Parla Kadyrov, il dittatorello di Grozny. Parla Vladimir Potanin, uomo più ricco di Russia. Parla il ministro della Difesa Sergei Shoigu, che forse non si rende conto che se “nessun presidente di un altro Paese ha dovuto superare così tante prove” e probabilmente perché non in tutti i Paesi i presidenti restano in carica 15 anni (e più).

Parla pure sua santità Cirillo I, il papa russo. È come se Bergoglio facesse una comparsata in un’intervista a Obama dicendo di quanto è bravo, retto e buon cattolico.

Ma al di là delle note agiografiche, della piaggeria dei suoi sottoposti, del servilismo dell’intervistatore, è Putin stesso a portare sempre la conversazione sul tema principale. Il filo conduttore che unisce tutti i quindici anni di regno, ossia il tradimento (anzi, i tradimenti) dell’America. Quando firma i trattati di non proliferazione per smantellare l’arsenale nucleare russo; quando appoggia i ceceni; quando attacca l’Iraq infischiandosene del volere di Mosca; quando fa arrivare la Nato ai confini della Russia. È tutta lì la versione di Putin, in fondo l’aspetto più interessante di tutta la serata. Se la Russia oggi si prende la Crimea con la forza, fa la guerra in Donbass e in Siria e punta gli occhi sull’Artico col kalashnikov in braccio, è solo colpa dell’America.

E lui la sintetizza con una frase che spiega tutta la politica estera russa. “Una buona parola e una Smith & Wesson sono molto meglio di una sola parola buona”.

@daniloeliatweet

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