Uno spauracchio nel bel mezzo dell’Europa

Prima della Crimea e del Donbass c’era l’Ossezia. E prima ancora la Transnistria. Che però non passa mai di moda. Ecco perché di tanto in tanto la Russia la brandisce come un’arma contro l’Europa.

Photo: REUTERS/Gleb Garanich
Photo: REUTERS/Gleb Garanich

Lo so, due articoli di seguito con lo stesso protagonista possono dare a noia. Ma non è colpa mia se il vice primo ministro russo, con deleghe agli affari politicamente scorretti, nonché rappresentante speciale di Putin per la Transnistria, è così pieno di risorse. Dmitry Rogozin sa quali corde toccare per far innervosire i partner europei. Dopo aver fatto rizzare il pelo alla Nato con le sue dichiarazioni sull’Artico, ha cambiato completamente latitudine. “La Transnistria potrebbe diventare uno stato completamente indipendente”, ha detto rompendo il sereno sulla repubblica de facto. L’occasione gliel’ha data la tumultuosa situazione politica della Moldavia, cui il territorio della Transnistria appartiene de jure, e la possibile riunificazione della repubblica ex sovietica con la Romania. Un’ipotesi sempre nell’aria a Chisinau, ma mai realmente nell’agenda politica. Anzi, Rogozin ha proprio detto che “Se la Moldavia, dove la maggioranza dei giudici costituzionali sono cittadini romeni, sceglie l’unificazione con la Romania, la Transnistria la rifiuterà senza dubbio e diventerà uno stato pienamente indipendente”. Ha detto proprio “senza dubbio”.

Causa ed effetto

La concatenazione causa-effetto nelle parole di Rogozin nasconde, ma neanche tanto, il ricatto di Mosca alla Moldavia, in corsa sulla strada per l’Europa. Un ipotetica unificazione con la Romania comporterebbe l’immediato ingresso della Moldavia nell’Unione europea. Una rapidissima scorciatoia sulla lunga strada per Bruxelles. Il prezzo da pagare sarebbe la rinuncia all’indipendenza dello Stato. Ma non solo. Anche la rinuncia definitiva alla Transnistria.

Rogozin ha un’innata attitudine a turbare il sereno. Perché, nonostante le paure sollevate dallo scoppio della guerra in Donbass, la regione al confine con l’Ucraina ha sempre fatto registrare una calma piatta. È però vero che la Transnistria non ha mai smesso di essere una leva nelle mani di Mosca per agitare il timore di un riaccendersi del conflitto congelato. Con una doppia valenza. Nei confronti dei governanti moldavi e occidentali, in quanto creerebbe un nuovo caso di rimessa in discussione dei confini postbellici dopo la Crimea e il Donbass. E nei confronti della popolazione, come spauracchio di una nuova guerra.

Unione (im)possibile

Il processo di indipendenza della Transnistria sembrava aver avuto un’importante accelerazione poco più di un anno fa, proprio nelle settimane in cui la Russia annetteva la Crimea e apriva la crisi (poi guerra) in Donbass.

Con una veloce riforma costituzionale per iniziativa del presidente Evgeny Shevchuk, la Transnistria ha recepito unilateralmente l’intero corpus normativo della Federazione russa, diventando di colpo un ibrido simile a una repubblica autonoma, ma non riconosciuta, della federazione Russa. Il Soviet supremo aveva poi inviato a Mosca una formale richiesta di riconoscimento dell’indipendenza. Rimasta però senza risposta. Alcuni mesi dopo, poi alcuni attivisti dell’organizzazione per l’unione con la Russia avevano consegnato a Rogozin, in visita a Tiraspol, 30mila firme cittadini transnistriani con la richiesta, rivolta al Cremlino, di accogliere la Transnistria nella Federazione russa. Le grosse scatole con le firme sono diventate un piccolo giallo, prima perse durante il volo per Mosca, poi – secondo un tweet di Rogozin – ritrovate, infine messe nel dimenticatoio.

Forse il Cremlino, e Rogozin, non tengono poi così tanto all’indipendenza.

@daniloeliatweet

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