Vitaliy Markiv, più vicina la verità per Andrea Rocchelli?

L’arresto dell’ucraino sospettato per l’omicidio del fotografo italiano Andrea Rocchelli e del giornalista russo Andrey Mironov in Ucraina nel 2014 ha scatenato reazioni contrapposte. Ancora una volta, frutto del tifo da una parte e dall’altra. Ma non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo: verità per Andy e Andrey.

L’inchiesta della procura di Pavia si basa in gran parte su una frase raccolta da una collaboratrice del Corriere della Sera, Ilaria Morani, pronunciata da chi in quei giorni comandava la postazione ucraina sulla maledetta collina di Karachun, a sud di Slovyansk. Una frase pesantissima, che è di fatto una confessione: «Normalmente noi non spariamo in direzione della città e sui civili, ma appena vediamo un movimento carichiamo l'artiglieria pesante. Così è successo con l'auto dei due giornalisti e dell'interprete».

Talmente pesante che io stesso, l’ultima volta che scrivevo di Andrea Rocchelli, a ottobre 2016, mi stupii fosse rimasta solo carta di giornale, che Morani non fosse stata sentita dalla procura di Pavia e che, anzi, di quell’articolo si fosse di fatto persa traccia. Glielo dissi a Ilaria: dovresti farti avanti con i genitori di Andy.

E in quell’occasione lei aggiunse un particolare al racconto: quando aveva telefonato al militare – un suo contatto molto usato in quei giorni – «La sua voce era strana, rotta, diversa dalle altre volte. Ha troncato la comunicazione più volte, sembrava come se si fosse reso conto che era successo qualcosa di grave».

La procura ha sentito Morani poche settimane dopo. Lei ha opposto ai giudici il segreto professionale, ma questo non ha impedito comunque agli inquirenti di identificare Vitaliy Markiv come quel capitano.

Ha mentito? Ha esagerato per vantarsi del proprio ruolo? Ha capito male la giornalista? Tutte ottime domande che giustificano l’indagine e il processo.

Le responsabilità dei paramilitari

Markiv era all’epoca membro del battaglione Kulchyntsky, composto da volontari della Maidan. Stiamo parlando di maggio 2014, una fase del conflitto in Donbass in cui gran parte delle truppe ucraine erano formate da paramilitari, senza una disciplina di corpo, senza una preparazione di guerra, senza una gerarchia di comando. Erano, quelle, settimane in cui Kiev di fatto aveva un controllo limitato sulle migliaia di uomini armati nella zona Ato.

Tanto per capirci, sono le settimane in cui il battaglione Aidar, secondo Amnesty International, commetteva ripetute violazioni dei diritti umani nella regione di Luhansk; il battaglione Tornado si macchiava di crimini sui civili come stupri, torture e rapimenti (e i suoi membri, ex galeotti, sono stati processati e condannati dal tribunale militare di Kiev); il battaglione Azov accoglieva foreign fighters di estrema destra anche dall’Italia.

Naturalmente, la maggioranza delle migliaia di volontari che hanno rischiato e dato la vita per il proprio Paese erano animati dai più nobili intenti e hanno agito correttamente. Ma questo non deve impedire alla magistratura di indagare su un episodio specifico.

È evidente come sia necessario fare luce sulla morte di due civili in quel contesto.

Il fatto che oggi Markiv sia un ufficiale della Guardia nazionale perché, come per altri battaglioni, il suo è stato irreggimentato nei ranghi del ministero della Difesa, non deve avere alcuna influenza sui fatti accaduti nel 2014.

Le testimonianze raccolte da Rocchelli

Perché, ricordiamolo, sono stati uccisi due civili. Che si trovavano in una zona di combattimenti, è vero. Ma da svariate ricostruzioni sembra che non fosse in atto una battaglia. Sembra invece che il gruppo sia stato bersaglio dell’artiglieria.

Abbiamo la testimonianza di un militare che nelle ore immediatamente successive alla morte di Rocchelli e Mironov ammette che la propria postazione spara sui civili. Non «normalmente», ma succede.

E abbiamo testimonianze dei civili di Slovyansk, raccolte proprio in quei giorni da Rocchelli, secondo cui le forze ucraine sparavano sulla città, a quel tempo in mano ai miliziani filorussi, dalla collina dell’antenna.

Rocchelli, infatti, intervistava i soggetti delle sue foto. In una delle registrazioni, riconsegnate alla famiglia dopo la sua morte, si sente chiaramente Mironov chiedere ad alcuni abitanti di Slovyansk, che si erano rifugiati nello scantinato della loro casa, in quali ore del giorno l’artiglieria tuonava «dall’antenna da dove sparano» facendo notare che «la collina da dove sparano si vede dalla finestra».

E del resto lo stesso Markiv aveva detto al Corriere della Sera che «Qui non si scherza, non bisogna avvicinarsi: questo è un luogo strategico per noi. Da qui spariamo nell'arco di un chilometro e mezzo. Qui non c'è un fronte preciso».

È giusto indagare. È doveroso far luce sulla condotta di quella che allora era una truppa paramilitare fuori dal controllo della catena di comando regolare. Se dall’indagine emergerà che la morte di Rocchelli e Mironov è stata un tragico danno collaterale di un conflitto, i suoi genitori e tutti noi avremo la verità. Ma se dalle indagini dovesse emergere la responsabilità penale di qualcuno, è giusto che paghi.

Versioni concordanti

Putroppo, l’unico testimone oculare dell’accaduto, il francese William Roguelon, non è stato di grande aiuto.

Ha raccontato che erano fuori dall'auto e stavano scattando foto lì intorno quando è caduto un primo colpo di mortaio. A quel punto tutti e tre si sono rifugiati tra gli alberi ai lati della strada, Roguelon da una parte, Rocchelli e Mironov, dall’altra, mentre l'autista se ne scappava in macchina. Lì si sono persi di vista. Dalla postazione da cui sparavano hanno cominciato ad affinare il tiro. Hanno sparato diverse decine di colpi di mortaio per almeno mezz’ora. Finché uno non ha preso Rocchelli e Mironov.

Olya Morvan, fotografa ucraina, mi ha raccontato che, appena arrivato in ospedale a Slovyansk, Roguelon le ha telefonato chiedendole di far mandare un’ambulanza a prendere Rocchelli. Morvan è stata probabilmente la prima persona con cui Roguelon ha parlato. Il francese, però, non sapeva dire dove fosse accaduto esattamente il fatto. Disse che l’autista era stato ferito, che Mironov era probabilmente morto e che Rocchelli era gravemente ferito ma forse ancora vivo. Per il resto, non aveva potuto vedere un granché, dato che era scappato quasi subito. Conosceva Rocchelli solo come Andy, ignorandone il cognome.

La sua versione, però, risulta compatibile con la testimonianza di Markiv.

Niente sciacallaggio, solo verità

La notizia che ci sia un’indagine va accolta con favore. Certo, nessuno dovrebbe gioire per l’arresto di Markiv che allo stato attuale è solo un indagato, ma per un cittadino straniero sospettato di omicidio e di passaggio in Italia, l’esigenza cautelare del pericolo di fuga va da sé.

Purtroppo, bisogna dirlo, i media mainstream italiani ancora una volta non hanno dato una gran prova di deontologia. Aver chiamato Markiv «assassino» è un abuso degno di querela per diffamazione. Per fortuna, non tutti i giornalisti sono uguali. Inoltre questo non deve distoglierci dai fatti.

La famiglia di Rocchelli ha scelto il silenzio stampa, almeno fino a che non si chiarirà la posizione di Markiv.

Il rischio, anche a giudicare dalle reazioni della stampa ucraina e russa, e dai commenti sul web, è di una strumentalizzazione della vicenda.

La reazione dei fan del Cremlino, che gridano agli “assassini nazisti dalla giunta golpista di Kiev”, sono – purtroppo – la solita cacofonia della propaganda di Mosca. Così come la reazione degli ucraini all’arresto di Markiv sono solo l’assoluzione a priori frutto di un tifo campanilistico che continua a spiegare la guerra in Donbass con la favola dei buoni e dei cattivi.

E le parole di Anton Gerashchenko, consigliere del ministro dell’Interno ucraino, che ha insinuato senza alcuna prova che i magistrati italiani siano stati imbeccati dai servizi segreti russi, sono indegne di un uomo di governo.

La morte di Rocchelli non deve diventare un’occasione di sciacallaggio per i vari filo-qualcuno o anti-qualcun-altro.

Il pregiudizio deve restare fuori da questa vicenda, che merita solo chiarezza e verità.

@daniloeliatweet

 

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GUALA
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