Da Pechino a Seattle, il Messico fa gola alle aziende dell’hi-tech

Una mascotte di Didi Chuxing nella sede di Pechino. REUTERS/Kim Kyung-Hoon
Una mascotte di Didi Chuxing nella sede di Pechino. REUTERS/Kim Kyung-Hoon

Didi Chuxing è, in breve, la versione cinese di Uber: offre un servizio di trasporto privato che funziona attraverso un’applicazione sullo smartphone, di cui usufruiscono centinaia di milioni di utenti in tutta la Cina. A guardar meglio, Didi Chuxing è in realtà molto più di questo: è una società con sede a Pechino nata appena nel 2012, che vale ben 50 miliardi di dollari, che ha inglobato rivali come Uber China e la brasiliana 99 e che ambisce a conquistare nuovi settori e nuovi mercati.

Il primo Paese al di fuori della Repubblica popolare in cui si sta preparando a sbarcare, forse proprio quest’anno, è il Messico. Didi Chuxing non ha ancora rivelato ufficialmente le sue intenzioni, ma lo scorso novembre la compagnia avrebbe incontrato i funzionari di ProMéxico, un organismo del governo federale messicano finalizzato alla promozione degli investimenti stranieri, e a gennaio ha pubblicato su LinkedIn degli annunci di lavoro per Città del Messico. Reuters, solitamente ben informata sulle vicende messicane, assicura che Didi Chuxing avrebbe iniziato pure a sottrarre personale specializzato al suo principale concorrente, Uber.

Bloomberg scrive che anche 99, di base a San Paolo e acquisita da Didi Chuxing ad inizio 2018, starebbe «studiando» il Messico in vista di una prima manovra esterna al Brasile. La compagnia non ha fornito particolari dettagli, ma il responsabile della comunicazione Matheus Moraes ha dichiarato che 99 potrebbe cominciare ad offrire il suo servizio in Messico dal prossimo giugno.

Non è ovviamente un caso se Didi Chuxing possa aver pensato al Messico come trampolino di lancio internazionale. Già Uber nel 2013 lo scelse come punto di partenza per la sua espansione in America latina, e oggi è diventato un mercato di primissimo rilievo per l’azienda californiana, uno dei più grandi dopo quello statunitense: Uber ha sette milioni di utenti in tutta la nazione, e Città del Messico è la terza città al mondo per numero di corse effettuate, dopo San Paolo e Rio de Janeiro.

La capitale federale messicana ha quasi nove milioni di abitanti – che salgono a 21 se si considera l’intera area metropolitana –, un servizio di trasporto pubblico non all’altezza e uno di taxi ritenuto poco efficiente. Nonostante il quasi-monopolio di Uber e la presenza anche di Cabify (un’altra app di trasporto privato diffusa soprattutto nei paesi latini), il mercato messicano è lontano dalla saturazione e Didi Chuxing ha spazi e opportunità per inserirvisi.

Mentre Uber si concentra infatti sulle automobili, Didi Chuxing starebbe pensando di offrire ai messicani anche altre opzioni di trasporto, come motorini e biciclette. La compagnia cinese punta già da tempo al bike sharing: ad inizio 2018 ha per l’appunto annunciato il lancio di una piattaforma per la condivisione di biciclette sulla sua app, che ospiterà altri importanti operatori del settore come Ofo e Bluegogo in attesa di avviare il proprio servizio.

Didi Chuxing non è la sola ad aver posato gli occhi sul mercato messicano del bike sharing. A metà febbraio Mobike, un altro grosso nome cinese dell’hi-tech, ha installato le sue biciclette nel municipio Miguel Hidalgo di Città del Messico, una sorta di test – il primo, in America latina – prima di estendere il servizio in altre zone della nazione.

Anche la già citata Ofo starebbe preparando il suo ingresso in Messico, attratta soprattutto dall’enorme potenziale della sua capitale, una metropoli vasta, popolosa e congestionata. Qui le tre aziende cinesi si ritroveranno eventualmente ad affrontare la concorrenza di Ecobici, il servizio pubblico di bike sharing finanziato dal governo capitolino e attivo dal 2010, tra i più grandi del Nord America e piuttosto popolare fra i chilangos.

L’hi-tech cinese vede insomma delle potenzialità nel Messico, e lo stesso vale a parti invertite: a settembre il governo messicano ha firmato un memorandum d’intesa con Alibaba – il colosso dell’e-commerce fondato da Jack Ma – per promuovere sul sito i prodotti delle proprie piccole e medie imprese. Lo scopo, evidente, è quello di rafforzare la presenza economica messicana sui mercati cinesi e asiatici, e rientra nel più generale avvicinamento tra Città del Messico e Pechino, che a sua volta fa parte del tentativo messicano di accrescere la propria proiezione globale.

Restando in tema di commercio via Internet ma uscendo dai confini della Repubblica popolare cinese, anche Amazon sta investendo – e crescendo – parecchio in Messico. La società di Seattle è arrivata nel Paese nel 2015 e ha dovuto confrontarsi con un mercato degli acquisti online non esattamente sviluppato e con la concorrenza di Mercado Libre, il sito argentino di e-commerce più popolare in America latina.

Nel 2017 Amazon ha generato in Messico profitti per 502 milioni di dollari, contro i 244 dell’anno precedente, superando tutti i suoi rivali. Per riuscire ad ampliare la sua quota di mercato, ad ottobre ha abilitato il servizio per pagare in contanti – di gran lunga preferiti agli strumenti elettronici – nelle catene di negozi convenzionate, mentre a metà marzo ha cercato di vincere la diffidenza verso le carte di debito lanciandone una propria: Amazon Rechargeable è la prima carta ricaricabile di Amazon, per il momento disponibile solo in Messico. Ancora, il gigante di Jeff Bezos starebbe progettando la costruzione di un enorme magazzino a nord di Città del Messico, che fungerebbe – le frontiere sono aperte – da centro logistico anche per le spedizioni dirette negli Stati Uniti.

Insieme agli innegabili ritardi e ai rischi associati, il mercato messicano offre nel contempo forti margini di crescita che, da Pechino a Seattle, fanno molta gola alle aziende dell’hi-tech: la nazione è del resto abitata da oltre 120 milioni di persone, e l’età media è inferiore a trent’anni.

@marcodellaguzzo

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