Capitale dell’hi-tech messicano, Guadalajara punta a diventare la città dei creativi digitali, specializzandosi nella produzione di contenuti multimediali. E Trump l’aiuta a soffiare il posto alla vera Silicon Valley, dirottando verso sud gli innovatori che arrivano da fuori

Un impiegato ispeziona un circuito stampato presso la catena di montaggio di una fabbrica che esporta negli Stati Uniti, a Ciudad Juarez, in Messico, il 13 luglio 2017. REUTERS / Jose Luis Gonzalez
Un impiegato ispeziona un circuito stampato presso la catena di montaggio di una fabbrica che esporta negli Stati Uniti, a Ciudad Juarez, in Messico, il 13 luglio 2017. REUTERS / Jose Luis Gonzalez

Lo Stato di Jalisco, nel Messico centro-occidentale, è famoso soprattutto per le piantagioni di agave, per le distillerie di tequila, per i rodeo (charrería) e per la musica mariachi: è insomma una specie di concentrato della cultura tradizionale messicana. Ma la sua capitale, Guadalajara – cinque milioni di abitanti, la seconda area metropolitana più popolosa della nazione –, nota come “La perla d’Occidente” e “La città delle rose”, si è con il tempo guadagnata un soprannome che comunica invece innovazione e modernità: quello di “Silicon Valley messicana”.


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Il motivo è presto detto: lo Stato di Jalisco punta moltissimo sulla tecnologia. Esporta ogni anno l’equivalente di 21 miliardi di dollari in servizi e dispositivi tecnologici e, dal 2014 al 2016, centinaia di startup di Guadalajara hanno ricevuto investimenti – perlopiù di origine statunitense – pari a circa 120 milioni, come riportava il Washington Post. L’evidente vivacità del territorio ha catturato l’attenzione anche di grosse aziende e multinazionali del settore informatico, che hanno deciso di aprirvi delle sedi: Intel, Ibm, Hewlett-Packard e Dell sono tutte presenti a Guadalajara e dintorni.

Guadalajara, città dei creativi digitali

Al momento Jalisco esporta soprattutto telefoni cellulari e dispositivi simili ma l’obiettivo del governo statale è quello di tramutare Guadalajara in una "città dei creativi digitali". Il piano, in altri termini, prevede la trasformazione della regione da polo specializzato nella manifattura tecnologica ad hub di innovazione digitale. In modo da passare dal Made in Jalisco all’Invented in Jalisco.

Il progetto “Ciudad Creativa Digital” intende dunque ristrutturare l’ambiente urbano - più servizi e collegamenti - e il quadro legale - agevolazioni fiscali e incentivi statali alle imprese - per far convergere verso Guadalajara case di produzione cinematografica e televisiva e società che sviluppano videogiochi ed app, così da rendere la metropoli un vero e proprio centro per la realizzazione di contenuti multimediali, in spagnolo e non solo.

Jalisco e la sua capitale hanno il potenziale per crescere. Ci sono innanzitutto molte università, compreso il prestigioso Istituto tecnologico di Monterrey, che sfornano laureati specializzati che conoscono l’inglese. Ci sono già grosse aziende informatiche che lavorano sul suo territorio e circa quattrocento startup. E poi ci sono gli Stati Uniti a relativamente poca distanza - sia geografica che culturale - e il Nafta che garantisce libero scambio e protezione intellettuale.

Il disegno “Ciudad Creativa Digital” è tanto ambizioso quanto complicato. Ad accelerare la trasformazione potrebbe pensarci nientemeno che Donald Trump, ovvero la stessa persona che ha reso più incerte le circostanze per chi investe in Messico.

Il ruolo di Donald Trump

Due dei cardini del pensiero politico di Trump, condensato nell’espressione America First, sono il rifiuto della globalizzazione – noti ad esempio i suoi tweet furibondi contro le case automobilistiche americane che assemblano oltrefrontiera – e dell’immigrazione. Ad aprile dell’anno scorso il presidente ha unito le due cose firmando un ordine esecutivo per modificare un particolare programma di visti destinati ai lavoratori stranieri altamente qualificati. I visti di categoria H-1B consentono infatti alle aziende americane – ne beneficiano soprattutto quelle del settore hi-tech – di assumere personale specializzato dall’estero, quasi sempre dall’India, e di soddisfare l’alta domanda di ingegneri e programmatori. Trump accusa però gli imprenditori di approfittarsi del programma, che permette a 85.000 persone all’anno di entrare negli Stati Uniti per lavorare, e gli stranieri di sottrarre posti di lavoro agli americani con le loro paghe inferiori.

La stretta sui visti H-1B, mentre sfiora soltanto i giganti come Google e Microsoft, che possono tranquillamente permettersi di pagare stipendi più alti, rappresenta invece un problema per le startup della Silicon Valley, che dipendono dal programma. Non tutte infatti saranno in grado di adeguarsi ai nuovi minimi salariali mantenendo nel contempo la competitività sul mercato.

Secondo un rapporto pubblicato lo scorso marzo dall’Aila (Associazione degli avvocati dell’immigrazione americani) nell’anno fiscale 2018 il numero di domande per il visto H-1B è diminuito per la prima volta in cinque anni, da 236.000 nell’anno fiscale 2017 a 199.000 in quello successivo. L’amministrazione Trump sembrerebbe avere intenzione di smantellare anche un programma – lo startup visa di Barack Obama, per il momento solo rinviato – che voleva incoraggiare gli imprenditori stranieri a trasferirsi negli Stati Uniti per avviare delle attività, più un secondo – sempre obamiano – che forniva permessi di lavoro a compagne e compagni dei migranti H-1B. E ha già chiuso la porta ad alcune categorie professionali che non potranno vedersi riconosciuti particolari titoli di soggiorno: analisti finanziari e specialisti di marketing, per esempio.

"Tutte insieme, queste azioni hanno avuto un impatto significativo sulla nostra capacità di attrarre innovatori", notavano gli autori del report. Se a perderci dovesse essere la Silicon Valley, simbolo e cuore dell’innovazione a stelle e strisce, a guadagnarci sarà qualcun altro. Forse proprio Guadalajara.

In Messico «non ci sono barriere al talento»

Mentre le nuove politiche di Washington scoraggiano l’immigrazione o complicano le procedure per l’ottenimento dei visti H-1B, lo stato messicano di Jalisco ha ribaltato la retorica isolazionista di Trump per proporsi come meta alternativa ed accogliente verso tutti quei talenti lasciati fuori dagli Stati Uniti.

Il governatore di Jalisco, Aristóteles Sandoval, ha subito colto l’occasione offerta dalla Casa Bianca. In un articolo fatto pubblicare già nel febbraio 2017 sul San Francisco Chronicle, Sandoval invitava lavoratori stranieri e compagnie americane a trasferirsi nel Jalisco: i primi non soffriranno discriminazioni e le seconde troveranno un ambiente business-friendly dove il costo del lavoro è basso. In un’intervista a Motherboard Sandoval ha detto che in Messico «non ci sono barriere al talento». Mentre il sito come2jalisco.com, espressamente rivolto alle aziende tecnologiche statunitensi, recita: "L’innovazione non ha confini".

Sandoval ha compiuto dei viaggi di lavoro in California per promuovere il suo stato. A febbraio ha presentato a San Francisco il progetto “JalisConnect”: visti in meno di ventiquattr’ore e aiuti alle startup. Anche l’ambasciatrice messicana in India, Melba Pría, ha detto che il Messico sarà «più che felice» di accogliere gli indiani che non dovessero riuscire ad – o non volessero più – approdare negli Stati Uniti.

Oltre agli high-skilled foreign workers ci sono anche i dreamers, i giovani nati all’estero ma cresciuti negli Stati Uniti dopo esservi entrati irregolarmente da bambini: a settembre Trump ha cancellato il programma che garantiva loro l’immunità dalle espulsioni, il Daca. I dreamers sono circa 800.000 in tutto, per la maggior parte di nazionalità messicana, e rappresentano una potenziale risorsa per le startup di Guadalajara, che li stanno appunto invitando a rientrare in patria, come raccontava il Wall Street Journal: sono giovani, istruiti, parlano correntemente l’inglese e comprendono la cultura americana.

Le ombre del modello Silicon Valley

Ci vorrà del tempo per capire se il Messico sarà in grado di tradurre questi sforzi pubblicitari in risultati concreti. Il Paese deve prima superare un problema di percezione; o meglio, un problema di realtà: diffusa insicurezza e diffusa corruzione. Lo stato di Jalisco è uno dei più violenti della federazione per numero di omicidi (1294 casi nel 2016, quasi 200 solo nel marzo 2017) e costituisce la base del Cartello Nuova Generazione di Jalisco, il più potente del Messico. Guadalajara è addirittura ritenuta la capitale messicana del riciclaggio di denaro.

Bisognerebbe poi riflettere sul reale significato dell’espressione “Silicon Valley messicana”. Etichette di questo tipo infatti, affibbiate o rivendicate che siano, molto spesso semplificano le cose al punto da banalizzarle, causando più confusione che informazione. La Silicon Valley californiana è probabilmente una realtà peculiare e non un modello esportabile, e non possiede dei veri equivalenti né in India (Bangalore), né in Cina (Zhongguancun) e nemmeno in Messico. Lasciati dunque da parte i paragoni, Guadalajara merita comunque grande attenzione, per quello che rappresenta al momento e per quello che potrebbe rappresentare, di per sé, in futuro.

@marcodellaguzzo

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